Addio, Alessandro!

Saltare i muri è innanzitutto un’esperienza individuale. Alla base di ogni viaggio c’è un fondo oscuro, una zona d’ombra che raramente viene rivelata, neanche a se stessi. Un groviglio di pulsioni e ferite segrete che spesso rimangono tali. Ma capita altre volte che ci siano dei viaggiatori che ne hanno passate così tante da esserne saturi. Sono talmente appesantiti dalla violenza e dai traumi che hanno dovuto subire, talmente nauseati dall’odore della morte che hanno avvicinato, da non voler fare altro che parlarne. Allora, in quei momenti, hanno bisogno di incontrare un altro viaggiatore. Perché solo un altro viaggiatore può capire il peso delle parole che pronunceranno, solo un altro viaggiatore può indicargli la strada della leggerezza.
Tutti gli altri restano sempre a qualche metro di distanza, sulla terraferma.

“La frontiera”- Feltrinelli Editore, 2015

Il nostro collo ruota su un perno, forse a dimostrazione di quanto siamo abituati a guardare al passato. Alessandro Leogrande invece era un intellettuale del futuro. Aveva quarant’anni, e per la nostra generazione di giovani pugliesi questo è importante proprio quanto il suo essere uno scrittore e giornalista libero.
Tra gli esempi di disimpegno spietato dei nostri coetanei, o poco più, Alessandro invece si ergeva con la discrezione e la naturalezza di chi lo merita per aver lavorato con serietà. Ci ha abituati al giornalismo narrativo che racconta il mondo senza mai essere frettoloso, grazie alla dote di una scrittura analitica che ci ha insegnato a non vedere più confini. Ha lavorato motivato dalla stessa missione di un filosofo scrupoloso che gratta il fondo della retorica per ricavare quella verità importante a ogni costo. Era un maieutico del racconto che non rimaneva da parte, nonostante fosse davvero una spanna sugli altri. Sapeva stimolare il pensiero critico e diventava arbitro intelligente delle discussioni, sempre desideroso di dare dignità agli immigrati, agli ultimi, a quelli di cui mastichiamo la miseria per sentirci cinicamente migliori.
Il meridione ha perso prematuramente un paladino che lo ha difeso, raccontato e analizzato con l’attenzione lontana dal campanilismo sragionato che fa solo crescere tifosi ciechi, e mai cittadini innamorati.
Ripeterlo è necessario, parchè con le rarità è così che bisogna fare: Alessandro era un intellettuale giovane e serio, uno di quelli che si decide di seguire parchè sinonimo di garanzia.  Non si è fatto vincere dai profeti del cattivo esempio, non si è lasciato rallentare dai pregiudizi spacciati per principi. E noi siamo andati con lui.
Ha indossato scarpe comode e ci ha detto quello che ha visto. Ci ha chiesto di farci trovare pronti all’integrazione, la rivoluzione più importante che oggi siamo chiamati a fare. La primavera pugliese, il lavoro, la sua Taranto sono stati argomenti che è stato capace di restituirci con semplicità, dimostrandoci che questa non è altro che una complessità risolta.
Lo abbiamo seguito parchè non siamo lettori distratti, come vuole far credere chi tenta di giustificare così la sua incapacità. Noi amiamo il rigore nella ricerca delle fonti, la scrittura che non ha niente a che vedere con la vanità e la scintilla di certe riflessioni.
Nessuna ragione sarà mai sufficiente a spiegare perché avremmo avuto bisogno di tantissimi altri anni di lavoro appassionato di Alessandro.

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