Alberto Garlini si racconta

Alberto Garlini, nato a Parma nel 1969, si trasferisce a Pordenone all’età di 14 anni ed attualmente vive a Porcia, sempre in Friuli.  Acquisita la laurea in Giurisprudenza, inizia subito dopo l’Università, un periodo di praticantato presso uno studio legale, ma vive un periodo di transizione particolare, ed una lotta interna durissima, dovuta allo “scrittore” che era in lui e che voleva venire fuori.

Ha scritto diversi libri, per lo più romanzi, nonostante si sia cimentato egregiamente anche con la poesia.

Ha scritto “Una timida santità” “Futbol Bailado” “La legge dell’odio” “Piani di Vita” ” Il fratello unico” ” Il fico di Betania”, libri che hanno avuto tutti un grandissimo successo. “La legge dell’odio” in particolar modo, è stato pubblicato anche in altri paesi europei.

Nel suo ultimo libro edito dalla Mondadori, “Il canto dell’ippopotamo”, si è cimentato per la prima volta in un autobiografia, ma che tocca temi comuni a chiunque.

Vale la pena ascoltare le sue parole, nella mia intervista che trovate qui di seguito. Buona lettura.

  • Alberto Garlini, scrittore di diversi libri di fama nazionale ed anche internazionale, ho conosciuto le tue opere durante la quarantena grazie al mio amico libraio Savino. Tramite lui ho scoperto il libro “Il canto dell’Ippopotamo”, la tua prima autobiografia. Non voglio svelare ai più l’intero libro, ma io l’ho amato dal primo istante, per la leggerezza con cui metti a nudo una parte della tua vita. Quella del passaggio da professionista (tu sei laureato in giurisprudenza) a scrittore. Quanta sofferenza in questo passaggio?

Tanta. Ma forse non si trattava solo del passaggio da una idea di carriera a un’altra. Forse questo cambiamento rappresentava la ricerca di un modo di stare nel mondo, per me. Non credo di avere un carattere molto adatto al mondo, diciamo così, o forse ho un carattere simile a molti altri, che percepiscono la realtà là fuori come qualcosa di strano, e sé stessi come qualcosa di inadatto, più o meno sempre. Dovevo trovare un posto dove mi sentivo meno inadatto, e questo posto, che potrebbe essere definito come la mia casa, era la letteratura. Non so in realtà se studiando che ne so i terremoti, o le maree, mi sarei sentito più o meno a casa. Mi è capitata la letteratura. Anche se, devo dire, ho sempre avuto una tendenza ad annullare il mondo ed ad andare in altri mondi, a vivere una costante fiction con me stesso, di reinvenzione e di predizione. Mi sono sempre trovato bene nei giochi, anche i videogiochi, nella fiction televisiva, nelle storie raccontate fra amici, e ho sempre avuto una forte tendenza alla mistificazione, che è poi quello che, ne siamo consapevoli o no, chiamiamo “invenzione” quando scriviamo. Se forse avevo una caratteristica era proprio quella di andare facilmente nella fiction. Di amare la mistificazione, spesso nella sua forma narcisistica o autoconsolatoria. Visto che ho vissuto gran parte della mia vita con un’ansia addosso che sfiorava la depressione, e di cui mi sono reso conto solo di recente, forse la fiction era la mia forma di fuga, o forse ancora era la fiction a crearmi ansia. Insomma, non so esattamente cosa è successo, tutto è molto mobile, le cose viste da un angolo leggermente diverso danno risposte o visioni diverse. So che soffrivo, e forse la sofferenza era quella dei movimenti caotici, e creativi, dove si esce dalla propria orbita regolare, e si è buttati altrove. Era come se il sistema solare si sfaldasse, il mio personale sistema solare, sia chiaro.

  • Che ruolo ha avuto, in quella fase così delicata, l’amicizia con il poeta delle “parole povere” Pierluigi Cappello?

Pierluigi è stato una specie di Virgilio, mi ha accompagnato nell’inferno, anche se ovviamente non era un inferno, ma il dolore comune che crediamo di vivere da giovani, che adesso guardiamo con nostalgia. Era una persona che tirava fuori il meglio dalle altre, e ha tirato fuori anche il meglio da me. Questo meglio non era granché, sia chiaro, ma almeno non mi sono sfaldato completamente. Se ripenso a quel periodo, Pierluigi era probabilmente un principio di cristallizzazione, in una situazione che perdeva forma. Mi piaceva la sua disponibilità frattale al mondo, era calmante. Credeva fermamente in quello che faceva, io non ci riuscivo. Credo che anche da qui venga la differenza tra noi, il fatto che lui sia diventato un poeta, e io sia diventato bene o male un romanziere. Nel romanzo devi far diventare ambiguo tutto ciò che tocchi. Non riesco a non vedere tutto quanto contorto, sfumato, con varie porzioni di grigio. Mentre la poesia, come anche quella di Pierluigi, può permettersi di essere limpida.

  • Per chi non lo sapesse, scrivi maggiormente romanzi storici. Quello che è stato riconosciuto come il più avvincente e dolente è “La legge dell’odio”. Quanto hai dovuto scavare dentro di te per poterlo scrivere, senza mezze misure, dato che tratta un argomento che in qualche modo ferisce e ci accomuna tutti, la “violenza umana”?

Scrivere un romanzo è come invitare il protagonista a vivere in casa tua. Mangi con lui, dormi con lui. Se il protagonista del romanzo che scrivi ti sta simpatico, allora vivi bene. Se invece non ti piace, vivi male. Io ho convissuto con un terrorista neofascista per cinque anni della mia vita, e li ho vissuti male. Male per due ragioni, la prima ovviamente è che non mi piacevano le sue idee, le sue scelte. La seconda è che in questo personaggio che non mi piaceva, riconoscevo anche una parte di me. Stefano Guerra, il protagonista de “La legge dell’odio” non mi ha fatto sentire a posto con me stesso, e nello stesso tempo, mi ha reso edotto di quanta violenza esiste nella società, di quante persone, anche molto lontane da quella malattia dell’anima, spostino fuori da sé, negli altri, nei nemici, un desiderio di rivalsa. Non credo di aver ancora fatto del tutto i conti con Stefano Guerra, è una spina nel fianco.

  • Quanto studio e quanta dedizione ci sono in un romanzo storico come “La legge dell’odio” che ricostruisce in modo dettagliato un determinato periodo storico (la fine degli anni ’60) della nostra nazione?

Molto. Sono stato cinque anni in quel mondo, con quelle idee, vivendole nella mia pelle. È una fatica credo insensata. Ora come ora non so se scriverei ancora un romanzo del genere. E nello stesso tempo ne ho appena finito uno che mi ha sfinito. Alla fine viviamo di progetti, di passioni, di speranze, qualcosa anche inventato che ci tiene in piedi. I romanzi sono queste cose per me, mi tengono in piedi, mi danno un orizzonte, al di là del loro successo, o del loro senso artistico. I romanzi sono per me questa enorme macchina del senso.

  • “La legge dell’odio” è stato pubblicato da Gallimard in Francia ed in altri paesi europei. Quanto orgoglio in un traguardo simile?

Fa sicuramente molto piacere vedere i propri lavori tradotti. In Francia, in particolare, l’accoglienza è stata ottima. Forse il romanzo è stato interpretato meglio là che qua, o forse dico questa cosa perché sono usciti articoli talmente elogiativi da essere imbarazzanti, e io sono vanitoso, come tutti, e pudico, come quasi tutti. Per cui riesco a darmi una pacca sulla spalla e nello stesso tempo a sentirmi a disagio. Comunque: penso sempre al prossimo libro. I libri del passato sono parte di me, di un percorso, che forse nemmeno capisco, ma sono nel passato. Ciò che mi tiene in piedi è il libro del presente, sempre il prossimo. Ho paura a pensare a cosa succederà di me quando non avrò più un progetto, quando non ci sarà un prossimo libro da scrivere. Forse vivrò meglio, non so. O forse no.

  • Passando ora al “Fico di Betania”, il tuo noir biblico o giallo metafisico edito da Aboca, quale è stato il momento preciso in cui hai deciso di scriverlo? Mi incuriosisce sapere se hai avuto una visione ben precisa leggendo la parabola del Fico di Betania sul testo sacro della Bibbia, oppure è nato studiando ed approfondendo la parabola stessa?

In realtà ho pensato a di scriverlo dopo che Antonio Riccardi mi ha fatto la proposta di partecipare a questa bellissima iniziativa editoriale che è il “Bosco degli scrittori”. Un Albero doveva essere al centro della narrazione. Che albero? Mi sono chiesto. In quel momento stavo scrivendo una storia ambientata alla fine degli anni Settanta. E mi sono imbattuto in un nobile che una sera nella sua tenuta ha visto capitare un gruppo di ragazzi della controcultura, che si sono messi a ballare cantare e probabilmente avevano anche preso qualche sostanza. La mattina si è trovato con un albero bruciato. Ma non ha sporto denuncia, anzi ha si è avvicinato ai ragazzi e ha cercato di capire le loro intenzioni. Insomma, un atto che poteva dare vita a uno scontro è diventato un momento di conoscenza reciproca. Mi piaceva questa storia, ma poi mi sono detto, ma non è la stessa cosa di una storia molto più antica? Non è la storia del fico di Betania? Da lì è partita l’idea.

  • Essendo tu uno dei curatori di Pordenonelegge, la festa del libro più importante e riconosciuta del nostro paese, quale è la tua impressione attuale sul mondo del libro, della lettura e dell’editoria tutta? Verso quali orizzonti stiamo andando?

Davvero non saprei. Il libro in un momento di grande confusione e di ricerca di informazioni nella velocità e “leggerezza” di internet, mi pare una forma imprescindibile per avere un sapere strutturato. Quindi serve. Ma nello stesso tempo mi chiedo, serve oggi avere un sapere strutturato? Non è meglio vagare tra diverse opinioni, non siamo forse noi stessi di più in questo modo? Credo che sia in atto una ridefinizione dell’uomo al ribasso, una descrizione nuova di ciò che siamo. Dalla creatura prediletta di Dio, al centro dell’universo, a un animale venuto su un po’ storto (e incapace di ciò che credevamo proprio dell’uomo: di volontà per esempio, e persino di scelta razionale). Stiamo trasformando la nostra visione di noi, il ché significa che siamo alle soglie di una trasformazione reale, o almeno credo. Il libro è in mezzo a tutto questo, ha dalla sua la antichità antropologica, il fascino del trovarobato. È qualcosa che si trova, come un’isola, in mezzo al caos.

  • È vero che hai appena terminato il tuo ultimo libro? Senza spoilerare nulla, quando è prevista l’uscita?

È vero, l’ho finito in agosto e adesso lo sto rivedendo. Dovrebbe uscire in settembre del 2021, ma non so ancora nulla di preciso. Mi è costato tre anni di lavoro circa. La storia vede come protagonista un comico, che attraversa la storia d’Italia dal 1977 al 1990. Credo che sia la fine di una trilogia sui linguaggi “strani” della storia italiana (uso la parola strano come per gli attrattori dei sistemi caotici): la poesia e l’anarchia con Futbol Bailado, la violenza e la politica con La legge dell’odio, e ora la comicità con questo ultimo libro.

  • In ultimo, prima di ringraziarti per questa intervista, per chi come me si affaccia alla scrittura oggi, quali consigli daresti?

Di scrivere solo se non ne può fare a meno, e se possibile di scrivere solo se gli procura una certa forma di felicità, per quanto contorta.

Che dire, i miei ringraziamenti più sentiti ad uno scrittore come Alberto Garlini, che ho potuto ammirare ed apprezzare tramite i suoi libri, ma che rimane una “persona” e non si è mai trasformato in un “personaggio”. La sua umiltà, la disponibilità a colloquiare con chiunque abbia voglia di parlare di scrittura e di letteratura tutta. E poi, possiede quella volontà di mettere a nudo la sua essenza, anche quella più sofferta e più cruda, senza vergognarsi di ciò che gli procura scrivere. Una persona davvero speciale, che non si tira indietro a leggere dentro gli altri, nonostante il dolore che gli procuri leggere dentro sé stesso. Come lo chiamo io “un amico speciale” trovato così, all’improvviso. Grazie Alberto. Per tutto. Per questa intervista. Per i messaggi di incoraggiamento. Per le strane similitudini di una vita vissuta in due mondi distanti.

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