Anime pezzenti

«La parola decadenza deriva da dieci denti» scherzava Vincenzo Cardarelli, raffinato poeta del secolo scorso. Pensavo a quella battuta leggendo il nuovo romanzo di Giancarlo Dotto, “Anime pezzenti” (Rizzoli), ironico, crudo, elogio della decadenza di un personaggio eclissato. Ispirato alla vita di Isabella Biagini. Miranda. Un tempo era bella, oggi ai limiti dell’indigenza. Il seno continua a crescere e la bocca scoppia di troppo rossetto, quando la sua dentiera non è nel bicchiere. Passa il tempo sul lettone tondo, pigiamone rosa, mangia, beve prosecco, fuma, canta, ride, piange, sviene addormentata e stremata insieme a Marlon Brando, il suo barboncino. Vive da eremitica, dopo che sua figlia Isabella morì anni fa e che ora è tra le altre anime pezzenti. Quelle accolte nei sotterranei della chiesa del Purgatorio ad Arco, a Napoli, nel cuore di quella che è “una pazzia prima ancora d’essere una città”. Troppo povere e dimenticate per meritare una sepoltura.

Miranda ostenta a pochi il suo corpo burroso, nella sua casa da cui puoi solo uscirne strapazzato come un uovo. Uno di questi è Presunto, che sa di avere un nome assurdo registrato all’anagrafe da quel fetente di suo padre. Presunto è un ladro di anime, giornalista specializzato in Soggetti Particolarmente Scabrosi da raccontare sul rotocalco kitsch “Banana Spider”.  Si inguatta nella casa di Miranda. Lui che ha il sorriso dolce come quello dei cattivi che si fingono buoni. Lei, ex soubrette, che si travestiva prima da pupazza sexy e scimunita per milioni di abbonati Rai e caserme in fregola e ora da baronessa fatale per pochi intimi. “Aveva poche certezze, Miranda. Che non sopportava di essere toccata e baciata da nessuno, dagli uomini e nelle parti intime meno che mai. Solo Marlon Brando, il suo barboncino, poteva e non sempre”.  Presunto, da perfetto voyeur, passa giorni, nottate in casa di lei, nel caos di monili, trucchi, rossetti, ciprie, spazzole, specchi, flaconi di Novalgina, compresse di Prozac, santini, lettere, foto della figlia, misuratori della pressione. «Mi piace misurare la pressione alla gente, è una cosa che crea intimità». Lui racconta che “sarebbe potuta diventare la più grande attrice del dopoguerra, se solo lo avesse voluto. Se fosse stata meno pazza e meno pupazza. Che aveva lo stesso genio buffone ma anche la sghemba malinconia dei grandi”.

Solo Nunzio ha un privilegio speciale, ex pugile e oggi piccolo editore d’assalto, romantico ottantenne ai limiti del femmineo. È il totem di Piazza Dante. Se non è in libreria è al bar accanto, sottobraccio a una donna, sempre diversa. Faccia da cinema, lui trema ancora rivedendo Miranda, vecchia passione. I due si comprendono nella loro splendida e senile inutilità dello stare al mondo. In una gita in barca, da soli, bevono, ridono, filosofeggiano. Un tuffo in mare di notte, pensano, avrebbe più senso e più poesia rispetto a un volgare suicidio. Mano nella mano, sorridendo sott’acqua come nel “L’Atalante” di Jean Vigo.  Da non perdere. Diffidate dai critici letterari, colti e occhialuti. E forse è bene diffidare pure di me.

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