Camelia, il “fior fiore” della letteratura

Avete mai assistito alla morte di una camelia, il fiore dell’amore? È commovente la sua agonia, perché non si sfalda, non si autoinfligge un inesorabile “m’ama, non m’ama” come accade per gli altri fiori, ma il calice e i petali si staccano insieme dalla pianta. Poi, piroettano nell’aria per alcuni istanti, si posano ai piedi dell’arbusto e il fiore resta lì, muto e intatto per qualche giorno, fino a quando gradualmente si ingiallisce e spira. Dunque, la camelia muore in silenzio, con rassegnazione, con dignità, proprio come accade alla “signora” del romanzo di Dumas figlio, capolavoro della letteratura francese che ancora oggi fa sciogliere il lettore in un pianto inconsolabile…

Bene, dovete sapere che la pianta della camelia arriva da lontano, precisamente dalla Cina e dal Giappone. Deve il suo nome al gesuita George Joseph Kamel, missionario nell’Asia orientale, che la importò in Europa nella prima metà del ‘700. Ad affascinare gli europei in quegli anni era la “sinensis”, l’unica varietà di camelia dalle cui foglie si ottiene il tè; una bevanda energizzante, che oggi consumiamo tutti e che proprio tra ‘700 e ‘800 cominciava a essere alla moda nel nostro continente, da sorseggiare ancora fumante presso le corti delle principali monarchie d’Europa. Tuttavia, l’esperienza di trasferire la pianta del tè fallì tristemente, perché questo tipo di camelia non si acclimatò mai in molte località europee. Fu allora che l’interesse si spostò verso le tante varietà ornamentali, a cominciare dalla “japonica”: è una sorta di “collinetta sbocciata”, un groviglio di foglie da cui fanno capolino qua e là fiori rossi, rosa o bianchi, raffinatissimi nell’aspetto, ma purtroppo (pensate un po’) inodore.

Oggi, in Italia, le camelie si trovano soprattutto lungo le sponde del lago Maggiore, dove hanno trovato le condizioni migliori per prosperare. Abbelliscono le ville pubbliche, rallegrano i giardini privati, rendono elegante il lungolago come un gentiluomo dell’Ottocento. Una delle più importanti coltivazioni si trova nei giardini di Villa Taranto a Verbania, un paradiso in terra di colori e di profumi, creato dal capitano scozzese Neil Boyd McEarchan tra il 1931 e il 1939 sul modello dei giardini all’inglese. Qui – tra rododentri, piante tropicali, fontane con puttini e ponticelli – occupano la scena proprio le camelie, che sono i primi fiori a dare inizio alla stagione turistica. Spuntano sul finire dell’inverno, si schiudono a marzo e si avviano a un lento declino già ad aprile, quando lasciano agli oltre 50 mila tulipani la possibilità di mettersi in mostra dinanzi allo sguardo estasiato dei numerosi visitatori.

Ciononostante, l’omaggio più intenso a questo fiore esotico resta quello dello scrittore francese Alexandre Dumas, autore della “Signora delle camelie”. È un’opera senza tempo, che narra la storia d’amore tra monsieur Armand Duval e Marguerite Gautier, una escort con l’abitudine di tenere sempre un fiore di camelia infilato nella scollatura degli abiti: bianco per venticinque giorni al mese, rosso nei cinque giorni del ciclo, per indicare ai numerosi amanti della Parigi bene la sua indisponibilità (ma il rosso rimanda anche al sangue che Marguerite è costretta ad espettorare, perché affetta da una violentissima tisi, che la porterà alla morte a soli ventitré anni tra dolori atroci). Dietro la signora delle Camelie – come saprete – si cela l’identità di una prostituta di lusso realmente esistita nella Parigi degli anni ’40: è Alphonsine Plessis (nome d’arte Marie Duplessis), amante dello stesso Dumas figlio. Se volete farle visita, la sua tomba è nel cimitero di Montmartre, ancora adornata di mazzolini di camelie bianche e rosse. Sono lì a simboleggiare l’amore eterno, una devozione che resiste a tutto: alla separazione, alla malattia, alle ingiurie del tempo e persino alla morte.

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