Cari redattori culturali, evitate i libri di editori a pagamento

Meno libri, più qualità. Facile, no? Qualche giorno fa, un articolo su La Stampa ha attirato la mia curiosità: tirando fuori caustici artigli il responsabile di Tutto libri, Bruno Ventavoli, ha chiesto di stampare meno libri. Altrimenti il giornalista s’affatica, non ce la fa a sopportare questa sindrome di sommersione da pubblicazione. Uno tsunami di carta (cit.), di pagine romanzate in cui il naufragar non è affatto dolce. Proprio no. È una fatica immane, una giornata ansiogena con gli uffici stampa incalzanti, rei di fare il loro lavoro: proporre le pubblicazioni. E sì, vero, forse sono troppe. Questa colata di parole stampate è talvolta soffocante. Al di là dell’ironia, e del tentativo di ottenere la gratitudine del redattore culturale (cit. bis).

Ma, ahinoi, c’è un “ma”. Ed è una particella avversativa che avvolge proprio l’affannato redattore culturale che si barcamena tra un libro e un altro. Tra un Baricco e uno Scurati. Perché la sovrapproduzione, quella di un libro ogni 8 ore a cui fa riferimento l’articolo de La Stampa, è molte volte figlia di un brutto vizio, oggi ulteriormente alimentato dalla semplicità di stampare un libro: l’editoria a pagamento. Nel flagello editoriale italiano c’è questo incubo ricorrente (soprattutto per i piccoli e medi editori che non chiedono contributi): le case editrici che chiedono un investimento all’autore stesso. Lo scrittore crede talmente nelle proprie capacità, o nel proprio ego, che sborsa i suoi soldi. Garantendo all’editore, molto più simile a un semplice stampatore, l’opzione win-win: comunque vada sarà un successo per l’editore (se proprio lo si vuole considerare tale). E in fondo anche all’autore va bene: può coccolare il proprio ego con un libro che ha il suo nome stampato in copertina. Così le pubblicazioni fioccano, anzi grandinano, perché è semplice: nessuno deve più compiere delle scelte a monte. Per quale motivo qualcuno deve selezionare, ridurre la produzione, quando è proprio la quantità che fa la differenza?

L’editore che è davvero sul mercato, quello che ha bisogno di vendere un certo numero di copie per ottenere un profitto da un libro, opera una selezione. A meno che non abbia deciso di schiantarsi. Ma è un lavoro che viene meno se la pubblicazione è remunerata a monte, senza “rischio di impresa”, per usare un termine più di economia che di letteratura. Ecco, magari non considerare più questi libri sarebbe un passo avanti per sgravare il redattore dagli affanni. E sarebbe anche un buon modo per far scoprire chi, in un Paese che guarda la lettura con indifferenza (in molti casi aperto disprezzo), spende il proprio impegno. E ci mette i propri soldi, al di là dell’universo dei Baricco e degli Scurati.

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