Contro le mostre

Questo libro pamphlet di Tommaso Montanari e Vincenzo Trione, (Einaudi) è un lucido e spietato j’accuse contro lo spettacolo della rappresentazione dell’arte oggi, contemporanea e no.  Più di un secolo fa, già Henry James chiosava: “il grande moltiplicarsi delle mostre ritengo sia un frutto del nostro tempo, il risultato di quella democratizzazione dei gusti e delle mode che caratterizza il nostro glorioso periodo”.  Se queste parole possono consolarci (e l’arte è già consolatoria), poco consolabile è invece assistere stagionalmente alle continue mostre di cassetta, mostre blockbuster, mostre all inclusive. Imperversano un po’ ovunque. Gli ingredienti sempre uguali, si ripropongono i maestri universalmente più noti e mediaticamente efficaci, da Caravaggio a Van Gogh, da Picasso a Dalì, da…a, da Raffaello a Schiele, da Giotto a Morandi, da Kandinskij a Pollock, da Duchamp a Cattelan. Eventi speciali come Ai Weiwei a Palazzo Strozzi “gommonata” per l’occasione.  Spesso generiche, pretestuose, superficiali, dannose, a volte diseducative. Sempre comunque costose. Fondate sull’esibizione di qualche trofeo riconosciuto da tutti. Certo, sempre meglio riconoscere che conoscere. Il “riconoscere” appaga lo spettatore, lo culla, lo soddisfa, lo vizia nella sua (in)consapevole (dis)educazione all’arte.  Se dall’iper pop all’ipercoop il passo è breve, il record assoluto, imbattuto, resta Picasso, famoso come un divo del cinema o una popstar. Poco rigorosa è la Picasso Administration gestita dagli eredi. Nel 1999 stipulò un contratto con la Citroen per la nuova Xsara, la Picasso appunto. Nel terzo millennio si dirà Picasso per indicare un autoveicolo. Ma, dirà qualcuno, anche il carpaccio (geniale invenzione della Locanda Cipriani a Venezia) indica un affettato di carne e non più Vittore Carpaccio, cinquecentesco pittore veneziano. Senza eredi, il buon Arrigo (Cipriani) avrebbe potuto chiamarlo anche Tintoretto e oggi mangeremmo tutti il tintoretto di pescespada. Insomma, l’ossessione di ogni curatore e di ogni manager museale è battere le presenze, 200.000, 300.000, 400.000 ogni anno. Non dobbiamo dire basta ai Caravaggio, ai Klimt, ai Warhol, ai Basquiat, scrivono gli autori, abbiamo il dovere di continuare a rileggerli e a riscriverli, affrontando le incognite nascoste nei loro quadri e nelle loro sculture. Evitando di riproporre il già detto, il già visto. Adottare, come ha ricordato Claire Bishop, un “sistema di valori alternativo, al di fuori del linguaggio della contabilità, degli imperativi di bilancio, delle mistificazioni statistiche dei sondaggi”. Per accedere così a una storia ricca e diversificata, capace di interrogare il presente per realizzare un futuro diverso. Come scrisse Umberto Eco, qualche anno prima di morire “la gente è stanca delle cose semplici. Vuole mettersi in discussione”. Magari.

Related posts

Leave a Comment