Dello stare

Nel 1963, Georges Simenon pubblica il romanzo “Le campane di Bicêtre” (Les anneaux de Bicêtre) nel quale si narra la condizione di René Maugras, noto direttore di un quotidiano parigino. Il protagonista giace nel letto di un ospedale, vittima di un ictus; egli è consapevole della propria situazione, infatti un paio di luminari suoi amici gli hanno assicurato che riprenderà quasi completamente l’uso del braccio destro, ma, che soprattutto potrà tornare a parlare. Tutto bene, si potrebbe pensare, e invece no: Maugras, disteso all’ombra dei suoi pensieri e delle sue ansie lasciate in sospeso nella toilette in cui lo hanno ritrovato la sera prima, privo di sensi, sembra disinteressarsi alla propria guarigione. Si chiede “a che scopo”? A cosa è servito essere diventato un personaggio famoso, a quale scopo essersi dato tanto da fare? Classiche domande che si pone chiunque abbia deciso che non valga più la pena vivere. Domande che ritmano e delineano la declinazione impietosa di quegli interrogativi che spingono la porta della stessa vita a una chiusura egoistica verso l’esterno. Chi ti salva la vita, ormai logora e insignificante, è un tuo nemico?

René, quindi, sta, immobile, fissa le pareti tutte attorno, analizza freddamente l’arredamento dai colori monotoni e tristi tipici del regime ospedaliero, regge con lo sguardo il transito di medici e infermiere di cui potrebbe pure innamorarsi, ascolta assorto il suono delle campane che arrivano dall’esterno, sopporta le visite della sua donna. Tutte le sue azioni “immobili” (paradossalmente) sono solo attimi di auto-testimonianza di una sopravvivenza per lui ormai scomoda.

Diverso tipo di stanzialità è quella rappresentata nella metafora del mare in tempesta, e dell’imbarcazione in balia dei marosi. La sua prima sperimentazione si è materializzata nel De Rerum Natura di Lucrezio e poi ripresa nel saggio “Naufragio con spettatore” di Hans Blümberg, docente dell’università di Munster: “il secondo libro del De rerum natura di Lucrezio si apre con un’immagine potente: poggiando sulla terraferma, uno spettatore contempla il travaglio di un naufragio. Praticamente, egli sta. Non partecipa agli eventi; gode soltanto della visione che ha dinanzi. La sua non è una iocunda voluptas, sorta immediatamente dalle tribolazioni altrui, verso cui guarda anzi con commosso distacco. La serena gioia che lo pervade scaturisce dal confronto fra la sicurezza della sua posizione e il pericolo e la rovina degli altri”. In questo caso, però, ci si concentra sulla fortuna di chi può contemplare la tempesta restando comodamente a riva.

Cosa ci insegna, quindi, la stanzialità? È sempre così negativa come più di uno vuole farci credere da sempre? E quanto pesa la solitudine stanziale, la si misura in chili, in metri, oppure in decibel? Dopo i mesi abbondanti di lockdown già subiti (e, Dio non voglia, forse ancora da subire), le domande potranno sembrare semplici spin off di una condizione alla quale ci siamo abituati un po’ tutti, o quasi. Ma, nell’impossibilità del libero movimento e dello scambio di esperienze esterne, i precedenti quesiti fioriscono eccome.

Una certa idea di stanzialità non è qualcosa che è stata generata  solo dall’ultima vicenda pandemica. Il restare isolato, seppure con comodità e agi contemporanei, è un comportamento autonomo o indotto che si ritrova già nelle società ristrette o allargate sin dalla notte dei tempi. Se la Genesi – da qualunque parte religiosa la si osservi- è stata caratterizzata dal continuo movimento in veloce trasformazione (si pensi ai sette giorni della tradizione cattolica), è pur vero che tanta storia successiva si è asservita a lunghi periodi caratterizzati dalla stanzialità, in primis delle coscienze di ognuno, poi di intere popolazioni che spesso ne hanno però contraddetto la missione originaria o sperata. Pensiamo al desiderio di stanzialità del popolo ebreo contrapposto però al suo continuo vagare per secoli, alla ricerca di una terra promessa. La stanzialità vissuta invece all’interno di una città fortificata dotata di tutto per sopravviverci mesi, se non addirittura anni, è quella che più si avvicina alla situazione vissuta nei mesi del precedente lockdown.

La stanzialità permette di riflettere sulla reale consistenza dei nostri affetti, declinati attraverso una interconnettività sentimentale che si sviluppa da una stanza all’altra del luogo in cui siamo rinchiusi. La prova epica alla quale ci sottoponiamo ha precedenti storici che è inutile stare ad elencare. Il risultato non prevede effettivi vincitori in carne e ossa, perché vincente sarebbe un concetto: quello della resistenza. E la resistenza è una tentazione.

Si resiste a tutto, tranne alle tentazioni, direbbe però Wilde, anche se lui è sempre stato un peripatetico, in fondo.

Siamo stanziali nei sentimenti? Be’, è una parola. Anzi, una contraddizione se proprio questi sono vaganti nella loro libertà di esprimersi attraverso innumerevoli passaggi -spesso anche a vuoto- che ne rendono impossibile la stanzialità.

Prendiamo l’amore. C’è chi lo immagina come una stazione di campagna, immobile tra i canti delle cicale e il raro sferragliare dei treni regionali che la attraversano, anzi la sfiorano proprio, come se fosse quasi inesistente, invisibile. C’è invece chi l’amore lo pensa proprio al contrario, trasformandolo stavolta in quel treno che si ferma ad ogni stazione, col solo piacere di visitarla, libero seppure con la strada segnata dalle rotaie della vita.

L’amicizia è il contrario del concetto della stanzialità, ad esempio, perché la sua carnalità non può prevederne il libero vagare tra i cunicoli delle trasformazioni sociali che ognuno affronta durante le mille scarpinate tra colline e declivi di contraddizioni.

Ma, in fondo, la stanzialità deve necessariamente corrispondere a un certo isolamento, o addirittura alla solitudine?

“Chi è solo è tutto suo” scriveva Leonardo Da Vinci, ma veramente gli bastava, anzi, “si bastava”? Anche lo scrittore, il pittore più solo e isolato del mondo non può bastarsi, secondo il sottoscritto, perché se scrive o se dipinge lo fa per testimoniare il bisogno di dire al mondo che lui c’è, che lui esiste. La solitudine come quel semplice stato d’animo richiuso nel fortino delle proprie paure o timidezze, sempre nel caso degli artisti, si rivela spesso essere semplicemente il loro vezzo della sopravvivenza in un mondo complicato.

E poiché ogni essere vivente è un artista – anzi è lui stesso un’opera d’arte – la sua solitudine non può confondersi con la stanzialità.

Related posts