È ancora tempo di supereroi?

Cos’è un supereroe? È un individuo che non si arrende mai di fronte a nulla, un essere superiore in un mondo che va a pezzi, oppure è, addirittura, un santo?
Potrebbe essere la banale sommatoria di tutte queste risposte, eppure non lo è. Un supereroe è soprattutto l’idea che esista qualcuno sempre pronto a rivoluzionare il normale andamento delle cose, se queste cose sono orchestrate dal Male.
Ora, la prof di Italiano mi diceva sempre che, per diventare un vero “lettore”, avrei dovuto leggere un saggio ogni quattro o cinque romanzi. Devo confessare che questa disciplina ho iniziato a seguirla non da subito, anche perché i miei prolungati e noiosi studi universitari sono stati caratterizzati da quei testi di Storia ed Economia che hanno ben sostituito il “carico” consigliatomi dalla mitica professoressa Bollino.
Comprenderete, però, che passare da un saggio sulla sostenibilità di un sistema di marketing a uno sulla peculiarità dell’universo cinematografico dei Marvel Comics è quantomeno curioso. E lo è soprattutto se ci si sofferma a riflettere su quanto peso abbiano avuto nel sistema culturale di intere generazioni le peripezie di supereroi come Capitan America o Spiderman.
Il bel saggio edito da DOTS (degna “costola” della galassia Les Flâneurs Edizioni) “Il cinema delle meraviglie – Le storie del Marvel Cinematic Universe” a cura di Michele Pinto e Alex Zaum, ingabbia piacevolmente il lettore nel perimetro fantastico di mr. Stan Lee e delle sue (ma anche di altrui) creature prestate, dopo anni di frequentazione cartacea, alla celluloide più nobile. Già dopo i primi paragrafi, ti rendi conto che i veri supereroi non sono quei personaggi dotati di extra poteri oppure offesi da menomazioni fisiche (come Dare Devil, per esempio). E no, gli eroi sono gli autori stessi, i disegnatori, e così sino agli anni novanta, quando poi sono stati supportati da quelli della macchina cinematografica più potente del mondo.
E come i loro personaggi, anch’essi hanno dei nemici/concorrenti: quelli dei DC Comics (Batman, Superman, The Flash, etc.). Una lotta senza esclusione di colpi, caratterizzata da successi alterni, da inevitabili scopiazzature gli uni con gli altri, ha fatto sì che almeno un’abbondante generazione abbia potuto godere di trasposizioni cinematografiche degne di nota. Trasposizioni che rare volte hanno fallito il tentativo di meravigliare il proprio pubblico, coinvolgendolo in competizioni senza fine tra il Bene e il Male, tra ciò che è giusto e ciò che non lo è, tra la necessità di svolgere ruoli da guardiani dell’umanità e il dubbio generato dalle loro vite anormali.
Il supereroe è un dio dell’Olimpo, però, che vive la propria solitudine nella misura in cui l’immaginario collettivo lo cannibalizza attraverso il consumo cinematografico, vista anche la crisi attraversata dall’editoria di carta. E, come un dio greco, ha pregi e difetti, vizi e virtù, limiti, ma anche sconfinati spazi nei quali muoversi. La tristezza di Ben Grimm, generata dalla mancata accettazione del proprio stato di “mutato definitivo” (e non “mutante”) cos’altro è se non quella che prova una divinità respinta dalla donna terrena che desidera con tutte le sue forze?
Lo schermo accoglie, lo schermo respinge, ma il risultato sarà sempre il medesimo: confermare l’eternità del modello di essere supremo che subisce una missione, o che addirittura la ricerca per il solo gusto di autocompiacersi.
È ancora tempo di supereroi? Certamente, ma la domanda la porrei in modo diverso: i supereroi hanno ancora tempo a sufficienza per salvare il mondo?

Related posts