Festa al trullo

“La musica, le luci, il faro che, posizionato in alto sulla casa, colpiva gli ulivi come un fulmine ripetuto, immortalando per frazioni di secondo in pose spettrali. Per Mimmo tutto questo era solo l’anticipazione di quanto temeva accadesse di lì a poco in quella terra, se non si fosse arrestata l’avanzata da sud della Xylella: un cimitero monumentale di piante. In cui però non sarebbero mancate bellissime feste”.

Ci sono memorie affettive e olfattive importanti, in questo libro di Chicca Maralfa, a far da contorno efficace al vero motivo portante della narrazione: la considerazione reale che non c’è più, in nessuna cosa, una bellezza oggettiva che possa uniformare inequivocabilmente i giudizi ma solo l’interpretazione personale che ognuno rende all’immaginario collettivo. Una sorta di dittatura dell’emoticon dal pollice alzato, che impone opportunismo e rivela i risvolti del ritorno di immagine sociale, quel sentirsi parte di qualcosa di omologato che, in una sorta di sudditanza psicologica, impone tendenze – cannibalizzandole – solo per fare incetta di like in un mondo ormai globalmente fondamentalista. Della stessa protagonista, Chiara Laera, si legge nel romanzo che: “… nell’assecondare più l’apparire che l’essere, si era persa per strada i contenuti veri dell’esistere”.

Virtuale e reale diventano quindi parte integrante di una festa che racchiude all’interno tutto questo e che interpreta fisicamente il grande nulla fatto di news, fake e social network.

Non basta più “soltanto” la fiabesca atmosfera dei trulli e della campagna salentina; non si impone la maschia visione dei nodosi ulivi centenari, feriti dalla Xylella, che pure dominano prepotenti la scena; non è sufficiente l’atmosfera simil-felliniana, che accoglie e comprende attori improvvisati che interpretano se stessi, in una sorta di grande circo folk tradizionale ma d’avanguardia al tempo stesso: Chicca Maralfa padroneggia tutto questo, nel suo romanzo, saggiamente cosciente delle origini che descrive e che domina, con le sue citazioni. Perché, come lei stessa scrive a proposito di Vanni Loperfido – lo stilista a cui Chiara Laera ha dedicato la festa al trullo, “le sue linee parlano, danno voce al nostro presente ma anche alle nostre contraddizioni, a quel tempo di mezzo, ormai indefinibile, che è la nostra vita”.

Anche i suoi personaggi sono descritti meticolosamente, nel loro vissuto passato che a tratti stride con il percorso 2.0 che poi hanno intrapreso. Mimmo in particolare, che è il custode del trullo, è la contrapposizione più evidente, che impone carattere alla storia e che, probabilmente, restituisce in maniera diretta il messaggio che Chicca Maralfa vuol lanciare: la quiete della campagna contrapposta al turismo invasivo; l’uso sconsiderato che si fa delle tradizioni e della saggezza ancestrale verso la pochezza degli invasori virtuali; i mutamenti globali che inficiano la qualità di vita e infondono insofferenza per il futuro di una terra dalle secolari virtù; i timori che accompagnano questi cambiamenti e l’inadeguatezza dei suoi abitanti a cambiare rotta. Perché non sempre la promozione commerciale e la valorizzazione del territorio vanno di pari passo.

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