Film bellissimo da un libro bellissimo

Il venerabile maestro Pedro Almodóvar lo ha eletto il suo film preferito del 2017. Potevamo attendere il prossimo 25 gennaio quando, finalmente, “Chiamami col tuo nome” – diretto da Luca nemo propheta in patria Guadagnino – uscirà nelle sale italiane? Assolutamente no, e così lo abbiamo visto in lingua originale. Anzi, nelle lingue originali: inglese, francese, sprazzi di tedesco, di ebraico e di dialetto lombardo. La pellicola era già stata ospite in molti festival internazionali, Berlino, Sidney, il Sundance e San Sebastian, vincendo parecchi premi, come i tre (Film dell’anno, Regia e il sorprendente Timothée Chalamet come attore protagonista) ai Los Angeles Film Critics Association. Agli ultimi Golden Globes ha inoltre ricevuto tre nomination e crediamo che ne sentiremo parlare anche ai prossimi Oscar.

Tratto dal bellissimo romanzo scritto da Andrè Aciman (Guanda, 2008), il film vanta la pregevole sceneggiatura (a otto mani con regista, autore del romanzo e Walter Fasano) del raffinatissimo James Ivory, che si vocifera fosse lui il regista prescelto; la splendida fotografia di Sayombhu Mukdeeprom e la recitazione delicata e misurata dei due protagonisti, Armie Hammer e il già citato Timothée Chalamet.

Niente da dire alla regia di Guadagnino, bravissimo nel lasciare sempre in sospeso questa travolgente storia d’amore, senza cedere a sentimentalismi “da baci Perugina” e agli addii strappalacrime, cedendo solo sul finale. Ma quant’è emozionante la reazione al telefono del giovane Elio quando, disperato e svuotato dopo aver visto partire per sempre l’amato, supplica sua madre di andare a prenderlo alla stazione dei treni?

Al regista un piccolo appunto, però, dobbiamo farlo. Più di una volta abbiamo trattenuto il fiato su quelle inquadrature che ci rimandavano l’immagine dell’Italia che solo gli americani hanno: il paesello di provincia (nel film siamo in Lombardia, nel libro in Liguria) abitato da gente d’estrazione contadina ferma a tempi andati, nonostante il film sia ambientato negli anni del governo Craxi e del pentapartito e dalla radio esca la sensuale voce di Loredana Bertè e l’ermetismo poetico di Franco Battiato.

Estate 1983 (1988 nel libro): nella bella villa di proprietà di una famiglia di origini giudaiche arriva lo studente ebreo statunitense Oliver, per lavorare alla tesi di post dottorato. Bello, simpatico e colto, il giovane conquisterà la simpatia di tutti e il cuore di Elio, il sensibile figlio diciasettenne dei padroni di casa, appassionato di musica e di libri. Tra i due per molto tempo c’è solo scambio di fredde galanterie e uno studiarsi reciproco, fino a quando l’intraprendente Elio si dichiara ad Oliver, il quale, pur contraccambiando il sentimento resta più guardingo. Ma la passione, si sa, non può frenarla niente e nessuno: i due vivranno un’indimenticabile lunga estate calda che culminerà negli ultimi giorni prima della partenza definitiva di Oliver, trascorsi – finalmente soli – a Bergamo (Roma nel libro). E qui dove termina il film, diventando dunque una classica storia di formazione e di scoperta, seppure narrata con molto equilibrio e garbo, nel libro la storia continua: i due s’incontreranno ancora e ancora per potersi “chiamare col tuo nome”. Un gioco che i due faranno per tutta una vita, che è poi la più bella dimostrazione d’amore, quella di donare all’amato la cosa più intima che esista: chiamarlo col proprio nome. Il film, dunque, lo consigliamo a tutte le anime irrimediabilmente romantiche, il libro ancora di più.

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