“Grazie, caro professore”

Ho conosciuto il professor Raffaele Licinio un giorno d’autunno del 2010. Frequentavo il secondo anno della facoltà di Lettere all’Università di Bari nell’anno in cui avrebbe tenuto uno dei suoi ultimi corsi, dopo una lunga e stimata carriera. Mi ci vollero pochi minuti per realizzare quanto fossi stata fortunata, fin dalle prime parole che pronunciò nell’aula B dell’Ateneo: “Io rappresento l’auctoritas, voi i sudditi. Ma io non voglio che voi vi fidiate di ciò che dico. Dovete sempre andare a controllare che ciò che dico sia giusto, perché io devo rappresentare l’autorevolezza, non l’autorità. E voi non dovete essere i sudditi, dovete sviluppare la vostra capacità critica. Se poi vi piace essere sudditi sono fatti vostri!”.

Parole che suscitarono in me un’istantanea ammirazione nei suoi confronti e che appuntai sull’agenda con la penna rossa. Così evidenti la sua onestà intellettuale, il suo amore per la conoscenza, che la mia mente di ventenne ne fu affascinata e intimorita: non riuscii a dare l’esame di Storia medievale che nel novembre 2013, in extremis, nel giorno del suo ultimo appello prima della pensione. La posta in gioco era alta, poiché non avrei accettato un altro docente né una magra figura con lui. In quell’occasione riconfermai la mia intuizione di tre anni prima: quel corso e quell’esame erano stati un privilegio. Un fortunato tempismo mi aveva concesso di ascoltare le sue lezioni illuminanti e di innamorarmi della sua materia, del suo modo di insegnare e vedere il mondo.

Il valore del professor Licinio come uomo, intellettuale e docente non aveva bisogno di essere ostentato: era lì, dietro quella cattedra, davanti agli occhi di tutti, evidente nella sua semplicità. Quella tipica di chi possiede una cultura così grande e un altrettanto grande amore per la divulgazione. Oggi però non voglio parlare del suo encomiabile curriculum di medievista, del contributo prezioso agli studi su Federico II e della sua raffinata produzione saggistica. Tutto questo vive già di luce propria, saldo nelle menti di colleghi e generazioni di universitari. Oggi voglio ricordare il suo sguardo acuto, il tono di voce perennemente sul filo dell’ironia, le due ore di lezione che parevano durare la metà, la sua leggerezza profondissima. E quella capacità di puntare dritto alla coscienza di noi studenti, combattendo a spada tratta stereotipi e verità di comodo. Quel modo di indurci a dismettere i panni di passivi spettatori e a riflettere, dubitare, approfondire. Persino il suo essere così esigente in sede d’esame, perché chi dà tanto (e con tale passione) non può che pretendere poi altrettanto.

Non so se il mio ricordo possa affiancarsi ai tanti che si sono susseguiti in questi giorni, scritti da persone ben più vicine a lui, ma so quanto a cuore avesse il dialogo con i suoi allievi. E oggi voglio dire solo grazie, caro professore, per aver cambiato il mio modo di approcciarmi alla Storia, all’università e in qualche modo, di conseguenza, alla vita.

 

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