I cugini, divini, più amati dai meneghini

“Oddioooo, ma cos’è? È enorme.”

“Wow, deve essere questo il Sancarlòn. Fammi scattare una foto!”

Quella mattina avevamo percorso di buonora la strada che dalla cittadina di Stresa porta ad Arona, ammirando per tutto il tempo la bellezza di quello specchio d’acqua – il Lago Maggiore – su cui il sole disegnava ghirigori di luce. Alla guida c’era la mia collega-amica dalle risorse inesauribili, io ero seduta al lato passeggero con il cellulare pronto a immortalare i mille volti del paesaggio. Poi a un bivio ci siamo perdute, ci siamo inerpicate su una strada tortuosa, sempre più su, mentre il lago si rimpiccioliva al nostro fianco…

Ed è cosi, un po’ per caso e un po’ per magia, che ci siamo ritrovate ai piedi di una statua di 35 metri, che ha il capo leggermente reclinato a sinistra e la mano alzata per elargire benedizioni tutt’intorno. Quella statua rappresenta San Carlo Borromeo e fu fatta erigere ad Arona – città natale del santo – da suo cugino Federico, altra celebre personalità religiosa e non solo. Ogni anno sono milioni i visitatori che fanno la fila e pagano il ticket per vivere un’esperienza sensazionale: salire all’interno della statua fino ad arrivare alla testa, percorrendo una scala a chiocciola che consente di fermarsi a guardare, attraverso dei fori o delle finestre, il meraviglioso panorama sul Lago Maggiore e sulla Rocca di Angera.

Chi sono questi due cugini – Carlo e Federico Borromeo per l’appunto – che hanno lasciato una traccia profonda nella storia della Chiesa cattolica e del sapere in generale, a cui soprattutto i meneghini sono affezionati? Pare che oltre alla casata, ad unirli in quegli anni di grandi sconvolgimenti – siamo a cavallo tra Cinquecento e Seicento – fosse un fervido amore per Dio e il modo di intendere l’operato all’interno della diocesi di Milano, in cui entrambi ricoprirono la carica di arcivescovo. Diversissimo, però, fu il temperamento: non è un caso se il primo sia passato alla storia per la santità, l’altro per la dottrina.

Ma procediamo con ordine.

Carlo Borromeo nacque nel 1538 ad Arona, rampollo della potente famiglia lombarda dei Borromeo. A spiazzare i contemporanei, come riportato da alcune fonti, era la sua statura insolita per quel tempo: Carlo era alto più di un metro e ottanta e aveva una corporatura robusta. Nell’iconografia è ritratto, però, con un volto scarno sormontato da un naso adunco e due occhi puntuti che ti entrano dentro. È l’immagine di un uomo macerato dalla penitenza e dalle privazioni – si cibava prevalentemente di pane ed acqua –, una sofferenza che egli visse in pubblico e non in disparte.

Ad avviarlo alla carriera ecclesiastica fu suo zio, papa Pio IV, che lo volle a Roma quando era solo un giovinetto. Quindi, fu prima legato pontificio, poi sacerdote, infine arcivescovo di Milano. Visse in prima persona gli anni tormentati della Controriforma; propose l’istituzione dei seminari per la formazione dei presbiteri; ristabilì nel clero uno stile di vita basato sui valori di povertà e castità; non lasciò mai il suo popolo quando su di esso si abbatté, tra il 1576 e il 1577, quella che viene ancora oggi ricordata come la terribile “peste di san Carlo”.

Federico Borromeo nacque a Milano nel 1564 e rimase orfano di padre quando aveva soltanto tre anni. Della sua formazione si occupò il cugino cardinale Carlo Borromeo: lo instradò alla carriera ecclesiastica, preoccupandosi anche di tenerlo alla larga dall’ordine dei Gesuiti.

La fonte principale e più “popolare” per la conoscenza di questo personaggio restano “I promessi sposi”. Nel XXII capitolo – prima che l’Innominato decida di andare a far visita al cardinale e di lasciarsi toccare dall’amore di Dio – Alessandro Manzoni celebra Federico Borromeo con un vivido ritratto. Sono parole di ammirazione, che vi invitiamo a rileggere, in cui l’autore esalta il coraggio e la nobiltà d’animo del prelato.

Federico divenne arcivescovo di Milano a 31 anni per volontà di papa Clemente VIII e su suggerimento di Filippo Neri; fu colui che ordinò un processo canonico nei confronti di Suor Virginia – la Monaca di Monza –, condannandola a essere “murata viva”; fu soprattutto un grande uomo di lettere e mecenate.

Dunque, cosa resta alla nostra società di questi due cugini Borromeo? Perché la loro fama ha oltrepassato i secoli ed è giunta fino a noi?

Bene, per i milanesi Carlo è una sorta di co-patrono della città, la figura più importante dopo Sant’Ambrogio. A lui sono dedicate numerose chiese in Lombardia e in tutta Italia.

Di Federico, invece, – coltissimo mecenate – ci resta la Veneranda Biblioteca Ambrosiana e la Pinacoteca, che si trova nel centro storico di Milano: luogo di grande importanza al mondo per la vastità delle opere raccolte, per i personaggi illustri e dotti che ad essa furono legati, per i preziosi incunaboli e per i dipinti di Caravaggio, Raffaello, Leonardo da Vinci, Michelangelo, che in essa sono ospitati.

Perciò, quando siete a Milano, tra una passeggiata in piazza Duomo e un acquisto in via Monte Napoleone, ricordatevi di visitare questo luogo e di recitare una preghiera sentita per Sancarlòn.

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