I terroni dei pronomi

Giuro che mi tapperò le orecchie sul prossimo Frecciarossa Bari-Milano. Mi è venuta l’orticaria mentre ascoltavo alcuni pugliesi, marchigiani, abruzzesi parlare al telefono o tra di loro.

“Non so mamma, dimmelo te…”, così a un certo punto ho sentito dire a un ragazzo sulla ventina – presumibilmente della profonda Daunia, impegnato in una conversazione telefonica.

Due ragazze poco meno che trentenni, salite sul treno ad Ancona e, quindi, di ritorno a Milano per lavoro, studio o chissacché, a un certo punto della loro discussione si sono lasciate scappare un “Bisogna sentire se la Francesca vuole venire in pizzeria con noi”.

Il tutto accompagnato, in entrambi i casi, dal tentativo di riproporre un ridicolissimo accento pseudo-nordico.

Com’è possibile che noi sudisti abbiamo una tale disistima delle nostre tradizioni, della nostra cultura e, su tutto, del nostro accento? È mai possibile che dai nordisti (che il sistema vuole come i fratelli perfetti, sempre avanti, sempre in gamba) ci sentiamo in dovere di “importare” tutto: tendenze, abbigliamento e, stupidità delle stupidità, persino alcune espressioni linguistiche del tutto scorrette?

Bene, se vi sentite sexy come Cecilia e Ignazio (rispettivamente sorella e cognato di Belen) quando esclamate un “dimmelo te”, sappiate che state commettendo un errore grammaticale: te non può essere utilizzato come sinonimo del pronome tu. Quest’ultimo ha funzione di soggetto; l’altro sostituisce il tu nei vari complementi. E quindi diremo “dimmelo tu”, ma “l’ho dato a te”.

E per carità di Dio, scordatevi l’articolo determinativo davanti ai nomi propri di persona e ai cognomi, che sono già abbastanza “determinati” da sé e non hanno bisogno di essere introdotti da qualcos’altro.

Questa emulazione linguistica e culturale, anche al rischio di commettere dei grossolani errori grammaticali e di stile – purtroppo non ci fa onore.  El Perdon l’è a Meregnan, dicono i meneghini. E su questo siamo davvero imperdonabili.

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