Il sale (Neo edizioni), Jean-Baptiste Del Amo

Ci sono libri che, una volta chiusi, lasciano addosso una sensazione tattile, olfattiva, uditiva. Una sensazione viva come un ricordo risvegliato da un odore, un sapore o una melodia. Jean-Baptiste Del Amo, classe 1981, ha scritto uno di questi libri. Già «paragonato a scrittori del calibro di Émile Zola, Honoré de Balzac, Alexandre Dumas, Patrick Süskind e Gustave Flaubert», pluripremiato in Francia e vincitore in Italia di Modus Legendi 2018 – una sorta di rivoluzione dal basso con la mission di far arrivare ogni anno in classifica nazionale un libro pubblicato da una casa editrice indipendente con Il sale (Neo edizioni) il giovane scrittore tolosano firma una capitolo raffinato e già memorabile della letteratura francese contemporanea. Ed ecco, tra le sue pagine, il familiare odore di salsedine, ruggine e petrolio; il suono della tramontana, delle onde e della risacca; il brivido del vento sulla pelle bagnata. Negli occhi una palette di colori tenui e freddi, sfumature di beige e di azzurro, e la stessa aura di malinconica riflessività che si intuisce nei pensieri della Ragazza alla finestra di Salvador Dalí.

Il romanzo si apre con una citazione di Virginia Woolf e l’animo stesso di Virginia sembra scorrere nel Sale, impregnandone lo stile, le idee di fondo: un’unica giornata nelle vite dei protagonisti; l’impatto del mare su queste ultime; una figura paterna a tratti ostile e perturbante; una cena che per qualche motivo diviene «l’unica speranza perché venga ristabilito un ordine delle cose»; un’atmosfera sospesa, una sorta di attesa di qualcosa di indefinibile, tutto il non detto che aleggia tra le righe.

«Pensava ad Armand senza pensarci veramente; gli scomparsi ci abitano senza fine. Non sono un’immagine, ma un’impronta indelebile; un velo tra noi stessi e il mondo, che lo colora, a suo modo, di un’aspra malinconia. Ormai niente le arrivava, nessuna immagine, nessun suono, nessun sentimento, senza essere impastato del ricordo di Armand».

Louise è ormai anziana e sola, alle prese con il ricordo ingombrante del defunto marito e il tentativo di riabilitare la sua figura contraddittoria agli occhi dei figli lontani. L’attesa della cena che la donna ha deciso di organizzare con Jonas, Albin e Fanny nella casa paterna diviene la molla che fa scattare in ognuno di loro un flusso di ricordi dolorosi, un’autoanalisi che sprofonda fin nell’infanzia, in una storia familiare problematica, in un passato di violenza fisica e psicologica in grado di proiettare la sua ombra a distanza di decenni e di estendersi su una vita intera, tramandandosi di generazione in generazione.

«Niente era recuperabile, ormai. Pensava che la loro storia, quella della sua famiglia, cominciata con loro dopo generazioni dimenticate, recessi oscuri di una genealogia, fosse destinata a ripetersi costantemente, senza che nessuno mai riuscisse a porvi fine, ad arrestare la macchina, bloccare gli ingranaggi, deviarne la rotta. Albin pensò che la storia della sua famiglia, comune e così particolare, potesse essere, in definitiva, la storia di tutti».

Ogni strappo, ogni presa di coscienza, ogni confronto definitivo avviene al cospetto del mare, su una spiaggia o una banchina, davanti alle barche ormeggiate o tra le dune e le onde. Il sale del mare di Sète, gettato costantemente sulle ferite vive di ognuno – l’elaborazione di un lutto, l’accettazione della propria e dell’altrui omosessualità in un modello di famiglia patriarcale, la solitudine, le aspettative deluse, l’incomunicabilità tra genitori e figli – ha reso queste ultime eterne, determinanti, ereditarie come una maledizione. Il sale ha modellato le vite dei protagonisti, ha corroso la facciata della loro casa di pescatori e i loro animi nel cui profondo il lettore riuscirà a giungere lentamente, trasportato da una scrittura che galleggia attraverso i flussi e le maree, attraverso il tempo e i ricordi. Tale è la forza della prosa di Del Amo, la sua maestria nel costruire castelli di sabbia prima di distruggerli, raccoglierne i resti, ricostruire troppo vicino alla riva. 

«Così pensavano, il giorno della cena, come attraverso un tunnel, una crepa nel tempo che li aveva spinti a ricordare».

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