Incontro con l’autore: Stefano Cortese

Sarà disponibile da ottobre Dark Explorer, una raccolta di 10 racconti dove l’horror la fa da padrone ma rompendo i classici topoi di genere. Ce ne parla Stefano Cortese.

Come nasce questo libro e di cosa parla?

Dark Explorer è una raccolta di racconti horror ambientati in Italia, principalmente tra Napoli e la provincia di Brescia. La silloge si è venuta costituendo in un arco di tempo relativamente breve. Volevo cimentarmi in un genere del tutto nuovo per me come scrittore: avendo a lungo praticato il romanzo storico, ma essendo stato sin dall’adolescenza un amante della letteratura horror, ho deciso di sperimentare questo nuovo mezzo espressivo, cercando, per quanto mi fosse possibile, di svincolarmi dai canoni che lo caratterizzano. Per me, l’orrore è il luogo della liberazione dalle sovrastrutture morali, dove il dualismo che caratterizza la nostra vita e la nostra cultura viene a ridursi fino a svanire. Nell’orrore ho trovato un grande strumento di serenità ed era questo il mio intento primario: dimostrare che, lungi dall’annichilimento, la paura è una potentissima fonte catartica e che il buio non è un’alterità che l’uomo deve sgominare, ma un componente essenziale della sua ontologia, anzi, il fondamento segreto di ciò che in realtà egli è davvero.

A chi si rivolge? 

Essendo l’horror, di solito, riservato agli appassionati, temevo che la raccolta potesse rimanere troppo vincolata alle categorie di genere. In realtà, poiché la mia ricerca ha come scopo il tentativo di delucidare alcuni aspetti della natura umana, Dark Explorer si affranca facilmente da quei legami che lo relegherebbero alla ristretta cerchia dei fruitori di genere. I miei racconti non vogliono spaventare, ma far riflettere su ciò che c’è oltre lo spavento e, dunque, si rivolgono a tutti coloro che cercano nella letteratura uno stimolo alla riflettere piuttosto che evasione.

A quale dei racconti sei più legato e perché?

Credo che Dark Explorer, il racconto che intitola la silloge, dedicato allo scrittore William Hope Hodgson, sia quello al quale sono più legato. È stato il primo ad essere concepito e per puro caso, in una serena notte d’insonnia, immaginando tra le coperte, al buio, mondi e universi in cui il terrore era superato dalla consapevolezza di accogliere le tenebre, piuttosto che rifiutarle. Dark Explorer è, poi, il racconto che ha gettato le basi poetiche della raccolta, alle quali, man mano che li scrivevo, gli altri si sono uniformati. Anche Là sopra brillavano le stelle, tuttavia, mantiene per me un fascino discreto, forse perché narra di mondi e persone che nella mia vita non ci sono più.

Come è nato il tuo rapporto con la scrittura?

Ho iniziato a raccontare nella vasca da bagno, quand’ero solo un bambino. Inventavo storie utilizzando squali di plastica e piovre di gomma, immaginando che l’acqua schiumosa in cui ero immerso fosse un immenso oceano. Ho cominciato poi a esercitare attivamente la scrittura verso i quindici anni. Per me non è una passione, ma una vocazione. La concepisco e la pratico come una professione, con metodicità. È un atto di coscienza: mi consente di esser più lucido e consapevole.

Quali sono i tuoi modelli letterari di riferimento?

Il mio lavoro è imprescindibile dalle opere di Virgilio, Leopardi, Federico De Roberto, Tomasi di Lampedusa e Sebastiano Vassalli. Indispensabili sono per me anche Manzoni e Nievo, essendo io soprattutto autore di romanzi storici. Quand’ero adolescente, sono stato un appassionato lettore di Rimbaud e Verlaine, nonché delle opere di Pasolini e Pavese. Per quanto riguarda la letteratura horror invece, credo che i miei autori-feticcio siano William Hope Hodgson e Howard Phillips Lovecraft, entrambi fautori che cosiddetto “orrore cosmico”, al quale Dark Explorer si assimila.

Quali sono i tuoi cinque libri preferiti?

Se dovessi redigere una breve lista, credo che, cronologicamente, inizierei dall’Eneide, il poema dell’impossibile nostalgia, in cui, per la prima volta, si assiste alla vicenda dell’uomo moderno, condannato a vagare tra due mondi che non gli appartengono, il passato irrecuperabile e il futuro inesistente. A questo, seguono sicuramente i Canti di Leopardi, che io considero l’opera poetica maggiore della letteratura moderna italiana, prima dell’avvento di Ossi di seppia di Montale e dei Canti orfici di Campana. Di qualche anno precedente i Canti, I promessi sposi, libro-mondo perfetto e irrinunciabile, che venero con tutto me stesso. Aggiungo senza dubbio Il Gattopardo, costante fonte di ispirazione poetica, e i romanzi storici di Sebastiano Vassalli, uno per tutti, Un infinito numero, che ha come protagonista proprio l’autore dell’Eneide.

 Chi è Stefano Cortese?

Sono nato a Napoli ventotto anni fa e ho studiato alla “Federico II”, laureandomi in Lettere Moderne e specializzandomi in Filologia Moderna. Racconto storie da quando ero bambino e non so, e non voglio, fare altro. Sono appassionato di cinema e di pesca subacquea e amo il sushi. Per me esistono due cose essenziali nella vita: la persona che amo e la Letteratura. Il resto è rumore.

 Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari?

Con Les Flâneurs di Bari uscirà Innati all’oscuro, una raccolta di saggi riguardanti autori minori della letteratura italiana dell’Ottocento. Rogiosi di Napoli, invece, ha appena pubblicato la mia tesi di laurea specialistica, ovvero l’edizione critica del memoriale di guerra di mio nonno materno, Carmine Forgione, intitolato Le mie stagioni. La Robin di Torino ha in uscita Il buio bianco, un romanzo noir ispirato a un tragico fatto di cronaca.

 

La prima presentazione ufficiale del libro si terrà a Napoli domenica 7 ottobre alle ore 11.30 presso il Museo Archeologico Nazionale di Napoli nell’ambito di Ricomincio dai Libri.
Dialogherà con l’autore Andrea Corona.

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