La piazzetta delle sete fate

Maria Tronca si racconta e ci racconta Le fate di Palermo, edito da Dots Edizioni.
Il motore di tutto il romanzo Le fate di Palermo è la capacità delle storie di avvincere i lettori. Secondo te quali sono le qualità che una buona storia deve possedere per ottenere questo effetto?
Penso che la scrittura sia l’atto creativo più simile alla realizzazione di un buon piatto. Naturalmente è sempre questioni di gusti, non credo che esista una cosa, in qualsiasi ambito, che possa piacere a tutti. Quindi, secondo me, come un buon piatto deve avere ingredienti con consistenze diverse e gusti un po’ contrastanti, ma in grande armonia, anche una storia che funzioni deve contenere un ritmo non sempre costante, che rallenta o incalza a seconda delle situazioni. Deve incuriosire e coinvolgere, toccare determinate corde dell’anima che cominciano a vibrare. Anche se si tratta di una storia drammatica, penso che ci debba essere sempre un po’ di ironia, un momento di sdrammatizzazione, e per finire sono convinta che i personaggi debbano essere in grado di farti vivere esattamente quello che stanno vivendo loro. E scatenare le tue emozioni, nel bene e nel male.
Al termine della lettura delle Fate, si avverte immediatamente una sensazione di mancanza, dato che si è ormai parte di una famiglia. Che tipo di relazione hai instaurato con questi personaggi e come è stato lasciarli andare?
I miei personaggi sono abbastanza possessivi e invadenti, con me intendo. Quando sono ancora in ballo, quando vivono quello che scrivo non mi danno tregua, mi vengono a cercare quando mi prendo una pausa un po’ più lunga, si lamentano che li trascuro oppure che do maggiore importanza a uno rispetto a un altro. Però mi danno anche una grande mano perché se c’è qualcosa che non li convince, me lo dicono, mi suggeriscono che la strada che ho intrapreso forse non è quella giusta. Io mi arrabbio un po’, ma alla fine li sto a sentire. E quando la storia finisce, quando digito l’ultimo punto, mi vengono a salutare. Ma senza tristezza, perché restano sempre con me, in fondo lo sanno che i successivi avranno comunque una sfumatura di carattere o diranno una frase che è appartenuta a loro. E lo stesso succederà la volta successiva.
In molte scene del libro la famiglia Spinnato è riunita attorno a un tavolo; che ruolo ha la cucina nei tuoi libri e in generale nella capacità di creare relazioni fra le persone?
Prima che la Rete stracambiasse il nostro modo di vivere e di rapportarci con gli altri (non è una critica perché io con il Web ci lavoro, è solo una constatazione), si diceva che la TV fosse il nuovo focolare: tutta la famiglia riunita attorno allo schermo. Ma non credo che sia una metafora azzeccata. Intanto non era “attorno” ma “davanti” e, in secondo luogo, si stava tutti insieme ma in silenzio, a guardare, magari commentando di tanto in tanto, ma non c’era un vero scambio. Credo che il nuovo focolare metaforico sia sempre stato, e spero ancora sia, la tavola, e in tempi remoti proprio accanto al fuoco vero e proprio, camino o braciere che fosse. Si parla, si racconta, ci si confronta, si ride, si litiga pure. E stare a tavola significa mangiare quindi il trait d’union, quello che accomuna la gestualità e le emozioni sensoriali, positive o negative, è il cibo. Lo stesso succede nei miei libri e il modello al quale mi sono ispirata è sia la mia famiglia di origine che quella che mi sono creata da adulta. Ma non solo, chi ama cucinare, oltre che mangiare, finirà sempre per parlare di cibo, di raccontare una ricetta, sia vecchia che nuova, magari proprio a tavola. E comunque, quando le mie figlie, che non vivono a Palermo, mi vengono a trovare, una delle prime domande che faccio è: “Che vuoi mangiare?”
I diari di Sara che si leggono all’interno del romanzo coprono molti anni della sua vita, e il suo linguaggio cambia progressivamente; come hai lavorato sulla lingua per ottenere questa profondità?
Fare “evolvere” Sara grammaticalmente, e quindi culturalmente, è stato molto divertente e mi ha aiutato sia l’istinto che su un certo modo di parlare che qui a Palermo si sente spesso, anche per strada. Chi è abituato a parlare in dialetto ma, in certe circostanze, deve parlare in italiano, fa gli stessi errori che faceva Sara all’inizio e usa una lingua sgrammaticata con vocaboli spesso inventati che vengono fuori dal tentativo di italianizzare la forma dialettale. Come dicevo prima a proposito dei personaggi, era lei che mi guidava e mi suggeriva quando era pronta a fare progressi, a imparare altro. E io le davo retta.
Le fate nel libro rappresentano una piccola comunità femminile solidale; quali sono le dinamiche che in un romanzo si possono instaurare solo focalizzando l’attenzione su un gruppo del genere? Come funzionano nel tuo libro le relazioni fra uomini e donne?
Le Fate sono donne coraggiose, hanno una grande umanità, e si sostengono a vicenda, d’altronde il lavoro che fanno lo impone. Insieme formano una sorta di “sorority”, una sorellanza, e credo che incarnino quello scudo di protettivo che nasce spontaneamente all’interno di un gruppo tutto al femminile dove non esiste invidia, né competizione, ma soltanto affetto e solidarietà. Sono un nucleo familiare vero e proprio, che poi diventerà quello di Sara e Lula, e infatti le dinamiche che nascono e si sviluppano al suo interno sono proprio quelle di una famiglia classica dove, nonostante piccoli screzi, litigate e anche qualche incomprensione, solo una cosa conta davvero, e alla fine risolve tutto, l’amore. Per quanto riguarda il rapporto delle donne del romanzo con gli uomini, il discorso cambia: è più complesso e articolato, a volte difficile, serve più tempo per fare pace, le incomprensioni sono maggiori e anche i contrasti perché sono diversi i sentimenti. Quando ci sono di mezzo l’attrazione fisica, il sesso e l’amore “sentimentale” diventa tutto più difficile perché c’è sempre la paura della perdita, del rifiuto, anche del tradimento, che scatena reazioni anche violente, a volte fuori controllo. Nel rapporto con l’altro sesso, viste le forti tensioni emotive, i personaggi mostrano il vero volto, senza maschere, né filtri: cominciano a mentire, a fingere, tengono rancore ma rivelano anche tutte le loro fragilità e le debolezze, mostrano il fianco insomma. E anche quel lato più o meno “oscuro” che c’è in ognuno di loro. E di noi, nella vita vera.

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