“L’amant double” (Doppio amore) di François Ozon

Dal romanzo Lives of the Twins di Rosamond Smith (alias Joyce Carol Oates).

Sono tentato di violare il patto tacito di ‘non aggressione’ fra recensore e potenziale spettatore di un film. Ovvero vorrei evitare come sempre si dovrebbe fare, di stare attento a non rivelare aspetti della trama del film (cioè di cadere nel ‘reato’ di ‘spoiler’ odiatissimo ai nostri giorni soprattutto dai giovani). Mi verrebbe di trasgredire questa sacrosanta tacita regola e spiattellare la trama per un solo motivo: perché mentre lo guardavo e dopo, quando ci rimuginavo su all’uscita del cinema, mi convincevo sempre di più che non era la storia, l’intreccio, gli sviluppi narrativi di quella ‘pellicola’ che mi stavano catturando, ma era il desiderio ansioso dell’immagine, l’attesa della prossima inquadratura, lo sviluppo morboso delle sequenze, gli interni translucidi di una Parigi altoborghese, lussuosa, decadente, perversa, ad emozionarmi.

Salotti elegantissimi, studi terapeutici, gallerie d’arte accecanti di lindore e di geometrie metafisiche, con l’effetto di far sembrare molte delle inquadrature opere perverse di arte moderna: un corpo e un volto dominano da subito lo schermo, quelli dell’attrice protagonista, i suoi occhi trasparenti e inquieti, quelli di Marine Vacth, bella e indifesa (come la Audrey Hepburn di “Colazione da Tiffany” o la Mia Farrow di “Rosemary’s Baby”), già protagonista di “Giovane e bella” (altro film in cui Ozon accosta l’innocenza e il candore alla perversione e alla lussuria).

E lo sguardo è sedotto, costretto a inseguire i suoi movimenti e i suoi passi, un po’ temendo la prossima scena, un po’ augurandole la più perversa delle disavventure. Una specie di Justine di sadiana memoria, insomma (e ho detto Justine, non Alice nel Paese delle Meraviglie!).

Quasi da subito lo spettatore di una certa età e con un certo numero di film alle spalle, viene avvolto da una matassa complicata di rimandi e citazioni: a partire dalla primissima immagine, sfacciata ripresa di un ‘meme’ cinematografico non solo da storia del cinema (Buñuel) ma che ci orienta da subito a guardare sotto il segno di due figure classiche dell’inconscio penetrate, da Freud in poi, nella cultura diffusa dell’immaginario collettivo (l’occhio e la vagina ovviamente; un occhio minacciosamente ingigantito, come in Buñuel appunto).

Poi, sempre nella mente viziosa dello spettatore incallito, si fa strada Cronenberg, e non solo per il tema del doppio, ovviamente, ma per l’uso intrusivo, luccicante e tagliente della macchina da presa usata come fosse un bisturi. Sul tema dei raddoppi, degli sdoppiamenti, delle mostruose combinazioni morfologiche, riandiamo di colpo a De Palma (“Doppia personalità” e “Vestito per uccidere”) o al Polanski de “L’inquilino del terzo Piano” o del recentissimo “Quello che non so di lei”.

Di colpo il film comincia a procurarci strane nausee: nausee spettatoriali. Non sappiamo più dov’ è la verità: è lì, davanti ai nostri occhi, in quello che vediamo sullo schermo, o è nei sogni, nei deliri, nei desideri di qualcuno, lì dentro? Un tema questo, anzi una modalità estetica e comunicativa che nel cinema contemporaneo è dilagato a più non posso, non solo per la nostra familiarità (nostra di un pubblico ‘ colto’ che ha studiato e visto film) coi temi della psicanalisi, ma anche per le innumerevoli diramazioni e intrecci imprevedibili che una scelta narrativa di questo tipo favorisce e suggerisce. Come in David Lynch (vedi “Mulholland Drive”) dove la scelta fra sogno o verità, ricordo o visione, psicosi o senso di realtà, fa venire le vertigini e mette in moto, nello spettatore, dall’inizio alla fine, la necessità di cucire interiormente la storia, pena appunto il disagio e la frustrazione di non capire quello che sta accadendo. Poi potete sbizzarrirvi con le definizioni di improbabili generi: thriller psicanalitico? Noir onirico-esistenziale? Commedia macabra? Feuilleton post-moderno? Vengono in mente, parlandone, altri due film di riferimento: “La pelle che abito” di Almodovar (2011) in cui colpa e libido desiderante consentono di riplasmare e/o capovolgere le coordinate antropomorfiche dei protagonisti; o “Neon Demon” (2016) di Nicolas Winding Refn dove il corpo adolescente della protagonista, come nel film di Ozon, era minacciato dal male strisciante di una società opulenta e malsana, fondata sul desiderio ma frigida. L’orizzonte distopico della proliferazione incontrollabile dei corpi, dei loro organi, la minaccia incombente sullo statuto biologico stesso della nostra identità di specie, senza sfondare nella fantascienza, rimanendone al di qua, sembra diventato impellente e inquietante. Ma per riuscire in questo scopo, salvando la credibilità del racconto (che comunque pretende la sua parte nonostante quella “sospensione della credulità” da sempre tirata in ballo per giustificare tutti quei generi narrativi che debordano dalla ‘normale’ realtà) occorre suggerire stati alterati di realtà striscianti in modo subdolo all’interno della psiche dei personaggi. Con effetti perturbanti anche sulla nostra, di psiche.

Ripercorrendo rassegna di archetipi e di citazioni su menzionata, quest’opera conferma la tendenza citazionista del cinema contemporaneo che è qualcosa di ulteriore rispetto alla filosofia e alla pratica del post-moderno. È in atto una destrutturazione sistematica dell’intreccio narrativo a favore di una visione più disincantata, cinica se si vuole, dove ciò che conta è lo shock visivo, la seduzione emozionale, la matericità dell’immagine che deve esondare o addirittura colare dallo schermo verso lo spettatore. All’uopo si usano a mani basse quelle cellule visive, quei frammenti archetipici di personaggi, situazioni, immagini mentali che i neurologi chiamano ‘memi’, che sarebbero la versione psichica collettiva di quello che i geni sono per la biologia. Corpi, pelle, volti degli attori, di fatto veri e propri fantasmi a spasso sullo schermo, devono prendere vita nel corpo eccitato della nostra immaginazione. Sensualità, morbosità ed enigmaticità del racconto sembrano doversi fondere, peraltro, con le operazioni scaltre (o presunte tali) della nostra intelligenza, chiamata a riannodare fili sbrindellati di una sceneggiatura che spesso è (volutamente) non lineare.

Nel cinema d’oggi non sempre è così peraltro: il film immediatamente precedente a questo che si è potuto vedere al cinema ABC è stato “I segreti di Wind River”, ottimo lavoro in cui sia la storia, che le psicologie e i caratteri dei personaggi, che l’intreccio del racconto sono dosati ed equilibrati fino allo ‘scioglimento’ finale, secondo il canone più rassicurante dei grandi classici della storia del cinema. Ma sia in quel film che in questo una parte importantissima della fruizione è demandata alla colonna sonora: In “Wind River” le musiche sono di Nick Cave e Warren Ellis (sono magnifiche: andate ad ascoltarle su YouTube). In “Doppio amore” le musiche sono di Philippe Rombie avvolgono le sequenze, tutte, dentro una pellicola di tensione, creando un’atmosfera sospesa di dolore esistenziale e di paura dell’ignoto. Da sempre la musica ha svolto il suo ruolo di implementazione delle emozioni nella ricezione del film (basti pensare alla cura che ci metteva Hitchcock nell’accostamento immagini-suoni) ma oggi sembra prendere corpo una necessità inderogabile di una colonna sonora che sia parte integrante del vissuto emozionale e dunque della qualità stessa della comunicazione visiva.

Ribadire che il tema del doppio è stato talmente usato da risultare monotono e non solo nella produzione delle sceneggiature per film ma in generale nella narratività moderna dal “Dottor Jekyll & Mister Hyde” in poi, sarebbe dunque inevitabile ma alla fine è tedioso e non risulterebbe la cosa più importante da dire. Ozon oltretutto ne sta facendo una ossessione personale, visto che alcuni dei suoi ultimi film come “Una nuova amica” si fondano su questo archetipo. E il raddoppiamento sembra una necessità narrativa anche quando ad essere duplicati non sono i corpi o la psiche dei protagonisti, ma il mondo stesso, il contesto banale della propria quotidianità: come in “Nella casa” (2012, sempre di Ozon), in cui la confusione perturbante è quella fra scrittura e vita.

Tutto doppio insomma: il risultato è che il raddoppiamento diventa un virus, una necessità anche nei nostri rapporti col cinema. E ci tocca andarlo a vedere una seconda volta, il film, se vogliamo capirci per bene qualcosa.Ultimissima annotazione: dai titoli di coda si apprende che il film ha preso spunto da un ‘novel’ di Joyce Carol Oates(“Lives of the twins”) prolifica scrittrice americana i cui libri sono così belli, intensi e perversi che non si capisce perché non le abbiano ancora assegnato il Nobel per la Letteratura!

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