Rosella Pastorino, Le assaggiatrici (Feltrinelli)

Queste assaggiatrici non vengono da Masterchef ma dal Terzo Reich. Assaggiavano i piatti destinati al Führer per evitargli un avvelenamento.  Piatti molto buoni, prodotti freschissimi, molte verdure, uova, niente carne,  Hitler era vegetariano. Rosella Postorino  con  “Le assaggiatrici” (Feltrinelli– Pag. 285), ha ricostruito, grazie all’aiuto della protagonista ancora vivente Margot Wölk, gli ultimi due anni,  dal ‘43 al ’45, in cui le assaggiatrici hanno svolto questo lavoro. Una specie di roulette russa giornaliera, tre volte al giorno, un lavoro come un altro, arriverà a pensare la protagonista Rosa Sauer. Eppure essere pagate  per mangiare, duecento marchi al mese, era addirittura un privilegio in quel contesto di terrore e stenti. Nell’ambiente chiuso della mensa forzata, Rosa Sauer,  insieme alle altre nove giovani donne, intreccia legami, complicità,  alleanze, rivalità, soprattutto con Elfriede, la più ostile ma anche la più carismatica. Rosa era la straniera, che aveva lasciato Berlino per arrivare a Gross-Partsh, un villaggio vicino alla Tana del Lupo, il quartier generale di Hitler  mimetizzato nella foresta.  Le SS ordinano “Mangiate!”.  Dopo le prime esitazioni, i bocconi scendono dolcemente, deliziano i loro palati, le saziano in modo perverso, innaturale.  Il momento più duro è l’attesa. Devono restare un’ora ferme sotto gli sguardi gelidi delle SS per attendere un avvelenamento che, per loro fortuna,  non arriva mai. Mentre incombe su tutto la presenza invisibile del Führer, una sorta di divinità odiata che non appare mai, tra Rosa e il tenente Ziegler  sboccia un amore inaspettato, non cercato e non voluto. Lei, privata del marito Gregor disperso in Russia, accetta un amplesso tra le fredde mura della caserma solo per un istinto antieroico di sopravvivenza.  “Alle undici del mattino eravamo già affamate. Non dipendeva dall’aria di campagna. Quel buco allo stomaco era paura. Nessuna di noi osava dire all’altra buon appetito.  All’inizio prendiamo bocconi misurati, come se non fossimo obbligate a ingoiare tutto, come se potessimo rifiutarlo, questo cibo, questo pranzo che non è destinato a noi, che ci spetta per caso, per caso siamo degne di partecipare alla sua mensa. Poi però scivola nell’esofago. Lo strudel di mele è cosi buono che d’improvviso ho le lacrime agli occhi, cosi buono che ne infilo in bocca brani sempre più grossi, ingurgitando un pezzo dopo l’altro sino a gettare indietro la testa e riprendere fiato, sotto gli occhi dei miei nemici”.  Se leggete questo romanzo, al di là delle vicende storiche e del contesto della dittatura, di ogni dittatura, penserete al cibo con un significato diverso. Il cibo che accomuna gli apparati digerenti, crea un legame involontario col commensale, amico o nemico. Si dice che le coppie con gli anni finiscano per assomigliarsi, solo perché condividono lo stesso cibo. Una specie di erotismo degli organi interni, in quell’insaccato umano fatto di trachea, muscoli, nervi, stomaco, viscere.  Se ingoiare cibo con desiderio e gioia  potrebbe  paragonarsi all’eros, ingoiarlo contro voglia appartiene al porno. Il porno, in antitesi dell’eros, si instaura appunto dopo la morte del desiderio: morto sacrificato eros, rimane l’aldilà del desiderio. La svogliatezza,  quando fai qualcosa al di là della  voglia. E penso al più grande film porno, dai Fratelli Lumiere a oggi, che fu “La grande abbuffata” di Marco Ferreri, in cui si ingozzavano di cibo, prima con desiderio e poi contro voglia, intenzionalmente, fino ad ammazzarsi.

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