Lessico famigliare

Massimo Recalcati il Lunedì su Rai3 in seconda serata, parla di madri, padri, figli. La seconda puntata di questo “Lessico famigliare” è “Il  padre”.  L’operazione televisiva è lodevole. Recalcati è oggi una star della psicoanalisi spiegata alle masse. L’attenzione è assicurata, specie se si tratta di famiglia. Parola di Jaques Lacan. «Prendete il Papa, sdraiatelo sul lettino dello psicanalista, dopo cinque minuti è già lì che vi parla di suo padre…». Non si scappa. Il padre è lì. Da uccidere e da amare. Più che mai da nominare. Da Edipo al Vangelo, da Shakespeare a Freud, passando per Collodi e Kafka. E ogni paternità è follia, Giuseppe o Geppetto che sia.  Lo stesso autorizzato delirio. Il rapporto mancato è però inevitabile, anzi necessario. «Nessun essere cosciente può dire cos’è un padre» fa sapere Lacan. Il padre non è certo e non è dicibile, al di là dello spermatozoo che ti ha generato. Non si può dire e pure, proprio per questo, non si smette mai di parlarne. Anche nella fallimentare identificazione del padre con Dio, quando la preghiera si fa afasia del linguaggio «Padre nostro che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome». Oggi più che mai il padre «evapora» sotto gli occhi di tutti. Dopo averlo messo come totem al centro della sua teoria, la psicoanalisi ne svela l’inconsistenza. Più di tutti il padre biologico. Bisogna restaurare la figura paterna, restituirla al ruolo centrale della famiglia moderna, ripensata sul modello patriarcale, invocano molti. Impresa disperata per non dire impossibile, obiettano altri.  Viviamo in una società  aperta, ibrida, delebile. I processi produttivi sono mutati. È il concetto di identità che va globalmente in pezzi, e la scienza si spinge con il suo  bisturi indifferenziato, nell’area sacra della procreazione, staccano ovuli e sperma dal loro universo simbolico, cambiando sesso e generando a comando,  rimodellando in laboratorio la questione del padre e della madre.  Jaques Lacan firma la sua sfida audace, oltre che attuale:  «Il nome del Padre, farne a meno, a condizione di servirsene». Il padre è morto?  Viva il padre. Il padre è un’invenzione? Viva la funzione paterna. La psicoanalisi apre uno spiraglio del tutto inaspettato. No al padre in quanto riproduzione di un ideale, poco importa se esecrabile o amabile.  Lacan, e Recalcati, fa un passo avanti. «Ogni figlio, naturale o meno, ogni bambino,  deve esser comunque adottato.  È cioè necessario un atto di parola a soppiantare il fatto biologico». Per chi volesse cimentarsi nella lettura di Lacan, suggerirei lo splendido per quanto ostico “Seminario” nel capitolo  “Nel significante essere padre” (Einaudi Paperbacks). Durante la puntata, scorrono piccoli spezzoni di film che Recalcati usa per  commentare e alleggerire il tema e renderlo più seducente. Habemus Papam di Nanni Moretti, in “Caro Diario” sempre di Moretti, la scena esilarante dei padri in vacanza al telefono con i figli in cui questi ultimi, despoti al telefono e confinati a casa, usano comicamente tutta la loro (in)consapevole dittatura. La puntata si conclude inevitabilmente con una scena del burattino di Comencini nelle mani della sua fata. Il rifiuto alla crescita, il rifiuto ad abbandonare la propria infanzia, il rifiuto di dover diventare padre un giorno. Gli inevitabili detrattori  considerano Recalcati uno psicanalista prestato al potere e alla politica e che oggi Recalcati parla di Recalcati. Probabile. Rai3 non è nuova a queste operazioni didattiche. Ricordo Alessandro Baricco, in prima serata, “recitare”  il mestiere di scrittore o di lettore,  condito da  barbose didascalie e  “spiegoni” come dicono a Roma. Qui invece la scenografia alle spalle di Recalcati proietta una continua immagine di un fumo,  in volute morbide, mutevoli, ipnotiche, come un frattale.  Sarà tutto fumo? Si chiederanno alcuni. E perché no. Ma il fumo non può vendere fumo.

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