Lettera aperta a Maria Tronca

Ho riletto “Le fate di Palermo” (Dots Edizioni) di Maria Tronca per ben sette volte, nel giro di un paio di settimane, e non perché questo libro sia stato ostico da capire, tutt’altro!
Tanti sentimenti si sono avvicendati, nel mio cuore, in una sorta di viaggio a tappe fatto di amore familiare, di dolore e disperazione, di gioia pura e di incredula rassegnazione. Storie nelle storie, sullo sfondo di una Palermo del dopoguerra fatta di precarietà, di misoginia e meschinità, di disperazione; una Palermo pulsante di vita propria, seppure ai margini della società; una Palermo utopica fatta di persone vere, di famiglie allargate che accolgono e comprendono e indagano, alla ricerca di risposte che spesso non arrivano o magari, quando arrivano… non sono quelle che si vorrebbero ascoltare.

Non ti nascondo che, dopo aver terminato la settima rilettura del libro, ho cercato su web notizie, foto su Palermo e la “Piazzetta delle sette fate”. Ho aperto le foto, le ho spulciate ben bene, ho provato a guardare oltre le fresche pietre di quelle corti, dentro le persiane chiuse, dietro la vergogna e il pregiudizio e ci ho rivisto davvero le fate. Le ho vissute – davvero – con la loro disperazione e la gioia, la purezza d’animo che non penseresti mai di trovare, in persone che fanno mercimonio del loro corpo; ho provato disgusto e comprensione insieme e infine amore profondo per loro , le fate, che sono il vero cuore pulsante di questo romanzo. E poi, sì, ho sognato davvero di questa utopica famiglia che adora leggere, un sogno per noi ammalati terminali di scrittura; una famiglia che riesce, nel corso della lettura dei diari di Sara e anche dopo, alla fine della lettura, ad appassionare figli, generi, sorelle, compagni di lavoro, amici.

Ho sognato, sì. E mi sono ritrovata anch’io ad aspettare quelle reunion di lettura, che man mano si allargano fino a diventare una vera catena umana, appassionata alla ricerca di quella verità che è sotto gli occhi di tutti. Sì, ho sognato. E continuerò a farlo, mi basterà riaprire il libro e rileggerlo ancora… perché ogni volta sarà una volta nuova. Brava Maria.

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