Museo Majakowskij

Mosca. Un edificio in passaggio Lubjanskij. Di fronte al temibile palazzo Lubjanka. Appartamento n. 12, sei stanze per quattro famiglie e un poeta. Nel piccolo studio con letto,alle 10 di mattina del 14 aprile 1930 lo sparo di una pistola Browning squarcia il cuore di Vladimir Majakowskij, per sua stessa mano. Tutti i telefoni di Mosca squillano, nelle redazioni dei giornali e nella case degli scrittori. «Majakowskij si è ucciso!». “Il defunto odiava i pettegolezzi” di Serena Vitale, edizioni Adelphi, ripercorre con piglio investigativo postumo, gli ultimi giorni del più grande poeta futurista. Una narrazione segmentata,avanti e indietro, fatta di frammenti,  filologica.  Majakowskij muore più volte e la sua fine appare come un atto meccanico, reiterato, imbarazzante. Una ricerca forsennata fatta di carteggi, un prisma sfaccettato delle varie testimonianze, illazioni, pettegolezzi dell’epoca, (im)probabili complotti di gran moda anche allora. Ma soprattutto vien fuori un grande amore di Serena Vitale per Majakowskij.  La prosa da indagatrice diviene vagamente futurista. Il risultato è un grande ritratto cubista, ricomposto, da rileggere.  Oggi a quell’indirizzo c’è il Museo Majakowskij. Prendo un aereo e parto. Voglio  controllare di persona. Mosca merita un viaggio solo per questo. Più che un museo è un set teatrale, un caos di carte,  oggetti, suppellettili, locandine, foto, allestimenti scenici in cui la maschera di Majakowskij impone la sua presenza fisica, sonora, le pose  che ti guardano dall’alto in basso. Quel corpo monumentale partorito da chissà quale Golia in una gelida notte di delirio, riappare in ectoplasmi sonori, visivi.  Complice una bottiglia di setosa vodka, vinco il freddo dell’inverno russo già iniziatoche sembra un bianco paradiso artico, per restarmene immobile nel cortile internoall’aperto. Vengo attratto da alcunigiovani poeti e attori. Uno in particolare. Sono un collezionista di voci. Me ne intendo. Il più teppista di loro, davanti a un pubblico improvvisato, recita la “Nuvola in calzoni”meglio di un  rapper del Bronx.  Non ci capisco una parola,tre volte straniero in una lingua così musicale da rimanere stregati come all’opera senza il libretto. In trenta minuti di  folle recitazione, versi,  borborigmi, acuti, grugniti, voce che sfiora il do di petto, rabbrividisco tre volte.Riemergo dal magma poetico che nel frattempo ha ipnotizzato anche le dita dei miei piedi ormai congelate.  L’applauso finale è quasi volgare. Anche la mia bottiglia di vodka è terminata.Sono fuoridal museo che devo ancora riprendermi e, sul grande viale in piena luce moscovita, un alano alto quasi due metri molla il suo immane escremento, l’equivalente in quanto a produzione fecale di un lottatore di sumo, sotto lo sguardo amorevole della sua padrona in pelliccia. La Maserati con lo sportello aperto attende la fine della maestosa deiezione. Fuori dal passaggio Lubianskij, fuori dal futurismo, Mosca oggi è anche questa.«…il tuo sparo fu simile a un Etna, in un pianoro di vigliacchi e di vigliacche».

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One Thought to “Museo Majakowskij”

  1. concetta antonelli

    Uno scritto che incide, lascia segni e sensazioni, come quelle che l’autore ha recepito, ha saputo recepire, in quelle stanze. Molto piaciuto.

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