Non c’era niente, tranne il vento e un sole bianco

Ogni cosa segue un corso prestabilito, a Lions. Il vento sferza costantemente gli altopiani, le sterminate distese di grano duro sul terreno piatto, gli edifici abbandonati e i pochi abitanti rimasti, progenie di coloro i quali in tempi lontani, vittime della propria inventiva sfrenata e di irragionevoli ambizioni, le diedero quel nome, gettando su se stessi e sulla neonata città del West una maledizione.

«Non c’era niente, tranne il vento e un sole bianco. Era come non essere da nessuna parte, persi nel nulla. Sotto i piedi il vuoto. A Lions non c’era futuro. Non importava quanti aneddoti ti avessero raccontato sugli anni passati, quanti piani avessi in serbo per il domani: eri prigioniero di un eterno presente».

Sembra davvero di essere intrappolati nella “città quasi fantasma” della provincia americana leggendo Lions, il secondo romanzo di Bonnie Nadzam, pubblicato in Italia nel 2017 da Black Coffee. Il lettore si ritrova incatenato come i protagonisti alla sua dimensione fatta di luce, polvere, immobilismo. Una realtà statica, infausta, che apparentemente infonde nei suoi abitanti la brama di fuggire via proprio mentre li incatena a sé. Nessuno tuttavia sembra risentire più di tanto della desolazione di questo eterno presente, della carcassa dello zuccherificio fallito, del commercio ormai inesistente, eccezion fatta per il diner che accoglie i viaggiatori della vicina statale e per un’officina di lavorazione del metallo. Tutti portano avanti le proprie esistenze semplici, fatte di gesti quotidiani, senza troppe pretese né speranze. Tutti tranne Leigh Ransom.

Leigh ha diciassette anni e ha fame di vita, di ossigeno e di cambiamenti. Lavora nel diner di sua madre, contando i soldi guadagnati e il tempo che la separa dal momento in cui finalmente lascerà l’odiata landa desolata per il college, dove progetta di andare insieme al fidanzato nonché migliore amico Gordon Walker.

Non dà troppo peso al fatto che quest’ultimo sia l’unico figlio di Georgianna e John Walker, e al fatto che gli Walker siano la famiglia più strana e indecifrabile di tutta la piccola comunità: brava gente, certo, nondimeno così solitari; devoti al lavoro in maniera maniacale ma senza alcun interesse per il risvolto economico; pericolosamente buoni e accoglienti, incapaci di salvaguardare il proprio tornaconto o la propria sicurezza come di evitare di soccorrere un viandante.

Per esempio, John Walker spesso si mette in viaggio. Percorre chilometri e chilometri verso nord con il suo pick-up per consegnare a qualcuno del cibo in scatola, coperte, candele, pile e legna da ardere. Lo fa da trentacinque anni. Tutti gli Walker lo fanno da generazioni. Soccorrono il vecchio Lamar Boggs, dicono, leggendario pioniere ferito che se ne sta lì in quella casetta nel bosco da centovent’anni. Da centovent’anni gli Walker si prendono cura di lui, dicono, una vera e propria vocazione. Dicono anche che queste siano solo stupide voci di creduloni.

Eppure Gordon, dopo l’improvvisa morte del padre, prende ad assumere sempre più le sue sembianze e i suoi atteggiamenti, le sue abitudini così particolari, compresa quella di partire senza avvisare nessuno e tornare dopo qualche giorno o qualche settimana come se nulla fosse. Compreso il morboso attaccamento al paese morente, così incompatibile con le esigenze di un diciassettenne qualunque.

«L’officina era lì, a pochi passi dalla statale, accanto a casa sua, e tanto gli bastava. Suo padre gli aveva mostrato che la terra arida era impregnata di un amore segreto che riduceva un uomo al silenzio, insegnandogli a ripudiare e sconfessare tutto ciò che di falso c’era al mondo. Si sarebbe rimesso al lavoro».

E così la fame di vita di Leigh, la sua crescente insofferenza dovranno scontrarsi con l’imperturbabilità di Gordon, con la sua fedeltà alle tradizioni e ai fantasmi di famiglia. Ma chi sono, poi, i veri fantasmi? Quelli delle leggende metropolitane che popolano Lions, più numerose dei suoi abitanti, oppure questi ultimi, ingabbiati in un destino già scritto? Chi può ritenersi libero, risolto, fedele alle proprie aspirazioni e non a una quotidianità di comodo? Chi non ha da fare i conti con il senso di colpa o, viceversa, col rimpianto? Chi non porta sulle proprie spalle per anni il peso di una scelta sbagliata? Chi abita davvero la propria vita e non una versione idealizzata della stessa, così da poterla sopportare?

Nadzam non offre risposte, solo domande.

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