Perché Gomorra III non mi è piaciuta come le serie precedenti

Lo dico subito cari amici, nessuno vuole parlar male di Saviano e del suo libro Gomorra, del suo lavoro di scavo e approfondimento sulla realtà criminale camorristica e sull’ampiezza del fenomeno descritto, che grazie a lui, sappiamo bene che non è solo più confinabile a Napoli ed in Campania, ma coinvolge più attori e più luoghi e contesti geografici.

Il libro l’ho conosciuto e letto pochi mesi dopo la sua pubblicazione e ho seguito il lavoro di Saviano come scrittore, sempre con interesse, i suoi articoli giornalistici, gli altri suoi libri, ed anche quando nelle sale cinematografiche venne proiettato il film di Gomorra, nel lontano 2008, diretto da Matteo Garrone, ispirato proprio all’omonimo best seller,  appena a pochi giorni dalla sua uscita  ero già a vederlo, così come non ho perso nulla delle prime due serie su Sky.

È solo della terza serie che voglio parlare e su di lei esprimere la mia critica che comunque non fa venire meno la mia buona opinione per l’autore.

Veniamo al punto.  La terza serie non l’ho trovata, nella sceneggiatura, ma è solo il mio piccolo parere, più urgente e realistica, così come si erano contraddistinte le precedenti, e come ovviamente e soprattutto, lo erano e lo sono le pagine del libro.

Ha perso il fascino dell’esordio, l’esplorazione del mondo criminale con un occhio meticoloso. Questo perché la terza serie la vedo dispersa in un copione che non convince, ovvero nella scrittura filmica di storie che sono al limite della realtà e che mi si presentano come una sorta di beautiful della criminalità, dove avvengono per lo più cose che  fanno raccontare solo a tratti  la malavita per quello che è e come si muove, ma ci presentano piuttosto un canovaccio che debba continuare.

In poche parole temo che il successo, anche internazionale della serie, la stia annacquando un pochetto e facendo perdere in credibilità.

Iniziando potrei dire semplicemente come abbia trovato poco convincente la narrazione della prostituta salvata da Ciro e portata via dall’est Europa, proprio da lui, reo di aver tolto la vita a sua moglie con le sue stesse mani e ora mosso da quale sussulto di umanità ? Fino al piccolo Pietro che diventa pedina di scambio all’interno di una situazione familiare al limite della tangibilità cronachistica.

Non vi ho trovato lo stesso spessore di scrittura delle precedenti ma tutt’altro,  il rischio, che cavalcando il successo ricevuto, si raccontino personaggi che diventano a loro modo eroi, negativi o se volete antieroi,  e in quanto eroi sviluppino un senso, in taluni spettatori, quasi di simpatia se non addirittura di emulazione.

E non sto parlando della bravura degli attori, della regia, della produzione e delle parti coinvolti, parlo della sceneggiatura, e a riguardo non so quanti di voi sanno chi è Stefano Sollima, ma penso alla sua dichiarazione mesi addietro circa il fatto che, dopo aver curato la regia delle prime due serie di Gomorra, non ha partecipato alla terza serie proprio con queste motivazioni: “Penso, ma è un’idea mia, che fisiologicamente due stagioni siano il tempo perfetto per sviluppare un racconto, Gomorra è stata un’esperienza incredibile, ma non si ripeterà”.

Penso, concludendo, che Saviano debba riflettere adesso, se la serie Gomorra viva del successo pregresso o meno, perché nel caso fosse così come io credo, ovvero e permettetemi il gergo, viva allungando il brodo, la strada che si delinea può essere quella di vanificare il suo lavoro fatto fino ad ora, inserendo il ritratto camorristico in una cornice, nella quale non solo ci si desensibilizza alla sua organizzazione criminale e alla sua ferocia, ma si possono creare anche mitologie inopportune…

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