Philip Roth in celluloide

La letteratura di ogni tempo ha continuamente fornito le storie da portare sul grande schermo. Non sempre – anzi, quasi mai – con risultati eccellenti: là dove le pagine permettono voli pindarici e descrizioni approfondite in tempi sospesi, la sceneggiatura e quindi la macchina da presa sono spesso obbligate a ritmi sincopati. Se poi le storie da saccheggiare sono quelle dell’immenso Philip Roth (recentemente scomparso), beh, il compito è arduo in partenza; i suoi personaggi sono troppo complessi da sviluppare in pochi minuti di celluloide.

Senza infamia e senza lode come “La ragazza di Tony”, diretto da Larry Peerce nel 1969 e tratto da una novella del 1959 intitolata “Addio, Columbus”. La storia di un ragazzo povero che si innamora di una sua coetanea ricchissima (bella ma inefficace Ali “Love Story” MacGraw), che di fronte ad una proposta-legaccio dei genitori di lei alla fine sceglierà di lasciarla, risulta pressoché anonima.

Così come un disastro è stata la trasposizione del libro culto “Il lamento di Portnoy”(pubblicato nel 1969), portata sul grande schermo nel 1972 da Ernest Lehman, in Italia con il titolo assurdo “Se non faccio quello non mi diverto”. Dove per “quello” s’intende la masturbazione a cui il protagonista Alexander si dedica assiduamente per sopperire alla sua incapacità di instaurare rapporti sani con le donne. Tutta la dissacrazione che trasuda dalle pagine di Roth, nel film, infelice e piatto, va a farsi benedire.

Dopo una pausa lunghissima, arriviamo al 2003, quando il quotato Robert Benton (“Kramer contro Kramer”) diresse due mostri del cinema, Anthony Hopkinse Nicole Kidman, ne “La macchia umana”, tratto dall’omonimo romanzo del 2000. Nonostante la recitazione raffinata e impeccabile, la sceneggiatura risulta difforme e incoerente con il romanzo, e la storia del professore universitario Coleman Silk accusato di razzismo non viene fuori in tutta la sua ipocrisia americana, tipicamente radical chic.

Pallido è anche il film “Lezioni d’amore” (ancora una genialata dei titolisti italiani!), tratto da “L’animale morente” (2001), diretto nel 2008 da Isabel Coixet. Non lo salva nemmeno la presenza di Ben Kingsley e Penelope Cruz. Nessuna traccia dell’incomunicabilità tanto cara a Roth.

Con gli ultimi tre titoli si va in crescendo di qualità: “The Humbling” diretto nel 2014 dal solido Barry Levinsone tratto da “L’umiliazione” (2009) vanta una recitazione superba di Al Pacino nei panni dell’attore di teatro Simon Axler, incapace di assaporare gli applausi del suo pubblico. Ottimo è invece “American Pastoral” tratto dal capolavoro omonimo del 1998, interpretato e diretto nel 2016 da Ewan McGregor, che ha saputoconcentrare e riprodurre la vita di Seymour Levov, detto lo Svedese. Uno dei personaggi più belli mai scritti.

Anno fortunato il 2016, evidentemente, perché vede la luce un altro bellissimo film, “Indignazione”, tratto dall’omonimo romanzo del 2008. A dirigerlo è James Schamus, capace di un adattamento fedele e accurato, con una sontuosa sceneggiatura, che restituisce in toto la nostalgica riflessione sul tempo andato e i ricordi che pullulano nelle immortali pagine di Roth.

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