Pier Vittorio Tondelli: l’estate infinta degli anni Ottanta

Partiamo da un assunto: quasi tutti dobbiamo sempre qualcosa a qualcuno. Un favore, un prestito, una carezza, un abbraccio, insomma, qualcosa.

Nel mio caso, devo qualcosa a una ragazza che leggeva un libro, distesa sulla sabbia della spiaggia di Lamaforca. Gli anni ottanta, per quelli della mia età, si stava rivelando un’estate infinita, in fondo: luglio e agosto erano nient’altro che periodi dilatati che ingoiavano e metabolizzavano lentamente umori e amori protouniveristari, che si declinavano in scazzi il cui solo compito era quello di preparare una generazione intera alla vita che sarebbe stata. Quella stessa vita non così tanto semplice da affrontare.

La ragazza aveva una frangetta bionda e occhi chiari sotto leggere lenti da miope. Ogni tanto distoglieva lo sguarda dal libro per cercare tra i bagnanti qualcuno, magari un amico o un famigliare. Però, prima di riprendere la lettura, soffermava la sua attenzione -o curiosità- per pochi attimi su di me. Forse perché si era resa conto che eravamo gli unici su quel lembo di sabbia – almeno così sembrava – a dedicarci a delle letture che non fossero riviste di gossip, buone solo per attaccare bottone col vicino d’ombrellone.

A me sembrava logico portarmi da leggere sulla spiaggia i racconti di Daniele Del Giudice, quelli di Antonio Tabucchi, oppure i romanzi di Calvino o Pasolini.

Nella fretta del trasloco settimanale che effettuavo ogni lunedì dalla casa di città, mi ero accorto di non aver portato con me alcun libro nuovo da leggere. Certo, la spiaggia offriva ben altri tipi di distrazioni, ma il momento della lettura era per me diventato sacro, tipo “preghiera laica del mattino…” eccetera, eccetera.

L’occasione si rivelò ghiotta: avrei potuto intanto, e finalmente, conoscere quella ragazza, chiedendole cosa stesse leggendo e, magari, farmi prestare un libro dei suoi. E così feci, nonostante un inizio d’approccio ai limiti del ridicolo. Dopo una veloce presentazione con lei che, sfilate le lenti, rivelò due occhi di ghiaccio, iniziammo a parlare dei nostri interessi letterari. Lei era emiliana di Formigine, e quella era la prima estate che i suoi prendevano in affitto una villetta nella vicina Torre Santa Sabina.

Dopo un po’, recuperò dalla sdraio vicina il libro che stava leggendo e me lo passò. “Tieni”, mi disse, “io l’ho già letto una volta. Me lo restituisci appena lo termini, tanto ce la fai a finirlo per la fine di agosto, no”?

Rigirai il volume tra le mani, lo sfogliai, lessi la quarta di copertina, quindi la fissai -ma di sbieco, come fanno i timidi- e la ringraziai. Parlammo ancora un po’, facemmo un bagno assieme, poi arrivò l’ora di pranzo e ci ritirammo a casa, ognuno nella propria.

Il libro era RIMINI. Il suo autore lo conoscevo appena, se non per avere sbirciato qualche suo articolo pubblicato sul mensile ROCKSTAR: Pier Vittorio Tondelli.

La copertina del romanzo, intanto, non mi aveva ispirato affatto, sembrava preludere a uno dei tanti romanzetti leggeri che si muovevano sullo sfondo di scontate località vacanziere.

Attesi il pomeriggio per iniziare ad esplorarlo, e arrivato alla pagina quarantasei, mi ritrovai spiazzato: il terzo capitolo non c’entrava più nulla con quello che avevo letto precedentemente. Venivo praticamente sbalzato dalle vicissitudini di un cronista trasferitosi dalla grande città del Nord a Rimini per dirigere le pagine provinciali di un noto quotidiano a quelle di una ragazzotta straniera che con il giornalista non c’entrava niente. Quello fu il mio battesimo “tondelliano”. Da quel disallineamento narrativo, compresi che tutto ciò che avrei letto nelle pagine successive altro non sarebbe stato che un’esplorazione di un nuovo mondo, di un qualcosa che non avevo mai letto prima.

Ero stato abituato sin troppo bene dalla linearità narrativa dei miei – sino a quel momento – autori preferiti, per non rimanere affascinato da tutta quella modernità d’impianto. La playlist finale con i brani da ascoltare (quasi tutti brani degli anni ottanta, soprattutto new wave inglese), leggendo il testo, mi aveva poi definitivamente dato il piacevole colpo di grazia.

Restituii il libro alla ragazza (si chiamava Stefania) dopo soli quattro giorni. La sua restituzione coincise anche con un improvvisato, quanto insperato petting serale nella casa dei suoi, entrambi a Brindisi per fare delle compere. Stefy fu allora il mio filarino dell’ultimo scorcio di vacanza al mare, dodici giorni di lingue e mani che assaggiavano le une il corpo dell’altro, con vani tentativi – da parte del sottoscritto – di andare ben oltre.

Rientrato in città, ed equipaggiato da una discreta quantità di denaro accantonato grazie alla cresta sulla spesa, crimine giovanile nel quale mi ero dimostrato abilissimo, corsi ad acquistare la mia copia di RIMINI, quindi ALTRI LIBERTINI e PAO PAO.

ALTRI LIBERTINI, pubblicato nel 1980, era stato sequestrato per oscenità dal tribunale, ma poi fortunatamente assolto con “formula ampia”.  Si dimostrò diversa cosa rispetto a RIMINI. Compresi allora cosa volessero intendere alcuni critici nello stroncare RIMINI, il mio primo Tondelli. I libertini di PVT, declinati attraverso sei racconti, si muovevano in ambienti tutti diversi, ma ugualmente estremi nello srotolamento degli affetti, degli amori, delle delusioni, degli “attacchi” al sistema edonistico degli anni ottanta. Borghesia e sottoproletariato uniti dal disaggio, ma mai rassegnati, pur non indossando gli abiti degli eroi, perché di quel tipo di eroi il mondo non aveva bisogno, soprattutto in quel decennio. Insomma, RIMINI era stata la risposta “commerciale” alla narrazione abbastanza di nicchia rappresentata da ALTRI LIBERTINI, e questo alcuni critici non potevano perdonarlo.

Recuperai allora PAO PAO (cioè Picchetto Armato Ordinario) e lì vi ritrovai soltanto uno spicchio del PVT dei “libertini”. Il libro evocava l’esperienza della caserma di un gruppo di commilitoni durante l’anno di servizio militare. Se, in ALTRI LIBERTINI, i temi dell’omosessualità e della droga erano trattati anche drammaticamente (sopra tutti, l’episodio di “Posto ristoro”), in PAO PAO la “gayezza” assumeva un respiro totalizzante, quasi da premessa a tutto il resto dell’impianto narrativo. In PAO PAO, lo stile di PVT si affinava, estremizzando il mancato utilizzo di virgole, per esempio, oppure sbattendo in faccia al lettore periodi lunghissimi e quasi affannosi.

Nel frattempo, venuto ormai alla conoscenza del movimento minimalista mondiale, al quale Tondelli non nascondeva certo di occhieggiare, mi immersi nella lettura di autori come Jay McInerney, nella scoperta di pittori come Keith Haring, e fu così  che scoprii che quegli anni non sarebbero trascorsi invano. Avrebbero lasciato un’eredità pesante a chi sarebbe arrivato dopo.

CAMERE SEPARATE mi rivelò, in seguito, il Pier più intimista, quello che già conosceva il suo destino di uomo a tempo. Quel libro (letto in soli due giorni) altro non era che una specie di testamento letterario e umano. I

l suo sforzo nel lanciare una piccola casa editrice che raccogliesse i migliori talenti tra i giovani scrittori italiani a lui contemporanei,  fu invece il suo testamento culturale a più ampio raggio. Da quella fucina uscirono talenti come la Ballestra ed altri ancora.

Ma, come dicevo all’inizio, quasi tutti dobbiamo qualcosa a qualcuno. Bene, a PVT deve sicuramente qualcosa (o tutto) la pletora di scrittori che ha invaso (e ancora lo fa) gli scaffali delle librerie dagli anni novanta in poi: Mario Fortunato, Sandro Veronesi, Alessandro Piperno, Simona Vinci, Roberto Cotroneo e tanti altri ancora. E a Tondelli si deve anche la nascita di tante piccole case editrici indipendenti che si sono rivelate, negli anni, culle (il più delle volte anche tombe, fortunatamente) di talenti letterari.

PVT, nei suoi pochi anni di vita (nemmeno quaranta), ha vissuto quello della scrittura come un mestiere totalizzante. Ha rinobilitato il concetto di scrittore “professionista”, ovvero colui il quale deve riuscire a vivere delle sue parole, dei suoi incontri, dei suoi articoli, e così via. Come scrisse Angelo Guglielmi sull’Espresso, nel duemila: “Tondelli è il volto migliore della nostra narrativa degli ultimi trent’anni. Egli ha provocato una sorta di rivoluzione antropologica quando ha afferrato dal baratro in cui stava sprofondando e le ha dato un nuovo senso, la disperazione giovanile degli anni ottanta. L’autore scopre che la pena della sconfitta diviene il piacere della sensibilità”.

Lessi il mio ultimo TONDELLI nel novantatré, “L’ABBANDONO”, che altro non era che l’epilogo narrativo del suo precedente “UN WEEKEND POSTMODERNO”. Pensieri, racconti, aneddoti, relazioni da convegni, tutto racchiuso nella sua ultima testimonianza, appena due anni dopo la sua morte. Gabriele Romagnoli, sempre in quell’anno, scrisse un articolo sulla Stampa nel quale dialogava con Fulvio Panzeri degli ultimi giorni di vita di Pier.

Cosa devo io, invece, a Tondelli?

Be’, intanto quei dodici giorni di tenerezza con Stefania. Poi, la voglia di mettere giù ogni tanto qualche riga perché qualcuno la legga.

Ma, soprattutto, gli devo un ricordo: quello dell’estate infinita degli anni ottanta.

 

La fotografia di Tondelli è tratta dalla copertina del volume “Lo scrittore giovane” di Roberto Carnero edito da Bompiani.

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