Scopriamo Nicola De Dominicis

Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Nicola De Dominicis autore di Una dolcezza inquieta, uno dei titoli più interessanti della collana tascabile Petit di Les Flâneurs Edizioni.

Come nasce questo libro e di cosa parla?

Si tratta di sei racconti, tutti in bilico tra realtà e fantasia, tra sogno e occhi aperti sul mondo. Sono storie nate nel corso del tempo, storie d’occasione per rispondere alla vita, alle sue sfide e difficoltà attraverso i tanti colori che la penna lascia sul foglio. Scrivere per sopravvivere ogni giorno ritagliandosi un’oasi di rinnovato senso e invenzione.

A chi si rivolge?

A tutti, davvero. Come i libri in marcia in cerca di una nuova casa nel racconto “La vecchia biblioteca”, così il mio libro cerca casa, ed è un libro piccolo, in tutti i sensi, e quindi cerca casa ovunque, dalla borsa di una signora sul tram allo zainetto di un bambino, dall’ufficio di un ingegnere alla cucina di casa mentre il sugo bolle. Il mio libro cerca casa, a voi lettori volerlo accogliere lasciando che vi parli, e di cose da dire, credetemi, ne ha…

A quale di questi racconti sei più legato?

“Re nuvola”, per una scena in particolare. Il re cattivo appare dall’alto di un balcone. Guarda la folla dei suoi sudditi. Nessuno ha la forza di reagire. Solo un bambino. Lui solo non abbassa lo sguardo ma guarda di rimando con rabbia, in atto di sfida, sebbene sia l’ultimo degli ultimi. Mi piace pensare che quel bambino crescerà e con i giusti mezzi potrà vincere il sovrano cattivo ormai vecchio. Magari la scriverò, questa seconda storia. Intanto il mio compito è dare a quel bambino quei giusti mezzi per la sfida finale nella speranza della vittoria.

Il racconto come genere sta riprendendo vigore. Qual è il tuo punto di vista?

In Italia manca da sempre una vera tradizione sul genere dei racconti, le short story. Io personalmente sono stato educato a questo genere grazie a due autori che giudico miei maestri, Aldo Palazzeschi e Italo Calvino. Penso che questo genere continuerà ad imporsi perché la frenesia dei tempi attuali porta purtroppo ad essere incapaci, davvero incapaci, di mantenere l’attenzione per lungo tempo, magari recuperando nel corso di giorni, o anche di mesi, i fili di una trama più complessa come accade per un romanzo. Ma questo non vuol dire che il racconto debba imporsi in negativo, anzi potrebbe essere un primo strumento per rieducare all’attenzione, alla concentrazione, alla pausa riflessiva senza che questa debba apparire una perdita di tempo imperdonabile tra le mille cose da fare d’ogni giorno. In definitiva oggi un racconto può essere la voce dolce eppure imperante che ci dice: «Fermati, siediti, sono poche pagine, ascoltami». Ma non dico niente di nuovo, in fondo, ripeto solo la lezione del mio maestro Calvino, da bravo e riconoscente allievo: “Stai per cominciare a leggere. Rilassati. Raccogliti. Allontana da te ogni altro pensiero. Lascia che il mondo che ti circonda sfumi nell’indistinto”.

Come è nato il tuo rapporto con la scrittura?

Dalla confusione. Troppo sensibile, troppo ricettivo, troppo attento e distratto insieme, troppo innamorato e d’amore affamato in ogni sua forma. Ero troppo di tutto. Dovevo fare ordine, capirmi. Ci voleva uno specchio dei pensieri per poi guardarli bene, ma bene davvero, i miei pensieri. Ed ecco un foglio, la penna, l’inchiostro. La sagoma prendeva forma, il sorriso, gli occhi, la bocca, e di seguito più giù fino alle spalle, le braccia…. ero lì, un uomo fatto di parole. Ed è ancora lì, l’uomo di parole, solo che ora dallo specchio del foglio mi dice che vuole un mondo dove muoversi, mettere su casa, magari avere dei figli, pargoletti pure loro di parole. Ed io scrivo. Una vita non basterà. Sono suo schiavo, ma mi piace pensare che un giorno l’uomo di parole salterà via dal suo foglio specchio, mi saluterà con un bel sorriso fatto dalla parola “amore” sulle labbra, e andrà via. Lui libero, e anch’io.

Quali sono i tuoi modelli letterari di riferimento?

Ho in parte già risposto a questa domanda, e non posso che ripetere i nomi di Calvino e Palazzeschi, insieme ad altri come Rodari, ma anche, più nell’ambito della poesia, Montale, a cui il titolo stesso del mio libro fa riferimento in omaggio. Una dolcezza inquieta, infatti, è un verso tratto dalla lirica “I limoni”. La poesia in particolare è stata per me una grande scuola anche di narrativa, perché anche la poesia racconta. “Ho sceso dandoti il braccio”, per fare un esempio famoso che cosa è se non, in prima analisi, la narrazione accorata di una relazione d’amore così profonda da diventare il modo per guardare oltre la superficie delle cose, oltre la realtà che si vede?

Quali sono i tuoi cinque libri preferiti?

Il barone rampante, Stefanino,Novella degli scacchi, I libri ti cambiano la vita, Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde. 

Chi è Nicola De Dominicis?

L’estraneo perfetto. Così si chiama la mia pagina Fb, uno spazio dove lascio pensieri, poesie, a volte piccoli racconti e novità sulla mia attività di piccolo giovane scrittore. L’estraneo perfetto è un ragazzo, anzi ormai uomo, che partendo da un senso di estraneità e di diversità un po’ verso tutto cerca di costruire un modo tutto suo di guardarsi intorno. Quel modo è la mia scrittura, magari strana e sgangherata, ma mia.

Quali sono i tuoi prossimi progetti letterari?

Riuscire a pubblicare una raccolta di poesie, intitolata appunto L’estraneo perfetto, che sappia anche tracciare una sorta di grande storia di un’anima attraverso la sua crescita a contatto con gli altri, col mondo, ma anche e soprattutto con sé stessa. Non sarà facile, non lo è mai, ma è un progetto in cui credo e che voglio portare avanti. Poi ci sono ancora altre storie in lavorazione, e anche il progetto di un mio laboratorio di scrittura creativa dove mettermi in gioco nel cercare di trasmettere qualcosa parlando di scrittura e non solo scrivendo. Insomma il lavoro non manca!!

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