Tratterò la poesia come un’osteria

Quando vado a Roma ho sempre il desiderio di mangiare gli spaghetti alla carbonara, l’abbacchio scottadito, le puntarelle e i carciofi alla giudia. Per ognuna di queste delizie ormai conosco un locale particolare e faccio di tutto per raggiungerlo. Ma se non è possibile, ascolto i consigli di qualche altro buongustaio e mi spingo alla ricerca del nuovo e del migliore. Comunque, nelle trattorie da me preferite ovviamente non mangio tutti i piatti del menù e sono certo che non tutte le pietanze sono fatte con la stessa qualità. I cuochi sono artisti che impongono la loro idea del gusto e dei sapori, ma esclusivamente sulle loro ricette preferite. E in questo sono simili ai poeti.

Ho letto tante raccolte di versi e so bene che non tutti i carmi sono alla stessa altezza, così come un unico piatto squisitissimo non fa diventare perfetta tutta la cucina di una trattoria. Bene, mi serviva una stranezza, un paragone inconsueto per dirvi che in questo magazine parleremo di poesia, ma presentandone una per volta, come se volessimo farvi gustare un piatto unico, per esempio un’amatriciana. E se vi piacerà, voi stessi scoprirete in seguito l’autore di cotanta bellezza, con la vostra sensibilità.

Iniziamo con l’insuperabile Eugenio Montale (tra gli italiani); per me funziona da 30 anni come un vaccino che rende visibile la salute delle parole e delle idee. Il componimento che vi propongo penso che non compaia frequentemente nelle antologie; esso creerebbe problemi ai professori che devono spiegarlo. Ha un soggetto banale, privato, nevrotico e le pagine dei libri scolastici sono impegnate in cose più importanti. In realtà questo gioiello lirico nasce da un piccolo dispiacere dietro il quale c’è una grandissima virtù dell’autore, l’umiltà.

Ecco l’antefatto. Montale va con la moglie a Venezia e soggiorna in un albergo di fama internazionale. La sua cameriera si accorge che nel rifare le valigie il sommo poeta ha dimenticato, forse volutamente, un oggetto brutto, vile, non griffato. Un oggetto che i poveri usano senza vergognarsene, ma che non può fare compagnia a una star di fama mondiale. Così la cameriera, per difendere l’onore del casato, prende una decisione traumatica e lo fa senza consultare nessuno, ma non si accorge di aver procurato un dolore che durerà a lungo e (Grazie al cielo!) di aver ispirato versi immortali.

Buona lettura

 

L’abbiamo rimpianto a lungo l’infilascarpe,

il cornetto di latta arrugginito ch’era

sempre con noi. Pareva un’indecenza portare

tra i similori e gli stucchi un tale orrore.

Dev’essere al Danieli che ho scordato

di riporlo in valigia o nel sacchetto.

Hedia la cameriera lo buttò certo

nel Canalazzo. E come avrei potuto

scrivere che cercassero quel pezzaccio di latta?

C’era un prestigio (il nostro) da salvare

e Hedia, la fedele, l’aveva fatto.

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