Con gli incipit di Dalla ci puoi girare un film

Dunque, venne prima De André con le sue canzoni dedicate agli “ultimi”, quindi gli successe De Gregori con le sue rime per i “penultimi”, infine chiuse il cerchio Dalla con i suoi versi e le sue acrobazie sonore scritte per quei nuovi soggetti che si sarebbero affacciati definitivamente alla società post “boom” industriale metà anni Settanta. Sono certo che tra i quarantamila quadri FIAT che marciarono il 14 ottobre 1980, a Torino, erano in pochi – mentre attraversavano la città- quelli che canticchiavano le canzoni di De Gregori, De André, meno che mai quelle di Guccini. Se pensiamo che quella manifestazione -così lontana dalla poesia delle lotte proletarie per il giusto lavoro- avrebbe spinto il Sindacato a chiudere la vertenza con un accordo tutto “pro FIAT”, ci rendiamo conto che  proprio in quel frangente così spiazzante, prendeva forma una nuova declinazione di vita lavorativa/sociale la quale rivendicava istanze diverse da quelle a totale appannaggio- sino ad allora- del proletariato in tuta blu.

Sarebbero state invece le canzoni di Lucio Dalla a essere, magari, solo soffiate da quei padri in marcia, nonché successivamente dai figli, a quel tempo poco più che imberbi liceali. Il folletto bolognese, però, avrebbe dichiarato in un’intervista del 1981, quasi a volere confessare un passaggio di testimone letterario: “dopo la collaborazione con il poeta Roversi, per i miei testi mi sono ispirato inizialmente a quelli di De Gergori”. Ma infatti, solo “inizialmente”, poiché l’evoluzione della lingua e del lessico “dallesco” avrebbero preso -immediatamente dopo- una piega diversa. Anzi, forse sarebbe stato poi proprio “il Principe” a scippargli quel suo nuovo modo di concepire il “sistema canzone”. Perché, in fondo, diciamocela tutta, sono stati rarissimi i casi in Italia in cui la costruzione di un brano musicale pop si sia  potuta considerare così vicina alla perfezione, come nel caso di quelle architettate da Lucio Dalla in un preciso arco temporale.

Però, adesso -e perdonatemi la digressione, ma comprenderete molto presto perché la sto facendo- voglio trascinarvi in uno degli incubi che abbiamo vissuto un po’ tutti negli anni della scuola: quello del compito in classe, e precisamente il momento fondamentale dell’inizio del tema d’Italiano, quello che i più preparati già allora chiamavano “incipit”. Certo, ci sarebbe stato anche quello delle “conclusioni”, ma per quello si avevano davanti ancora due o tre ore per pensarci.

Frasi ad effetto, riprese audaci del titolo del tema stesso, aforismi spiattellati senza vergogna,  oppure veri e propri atti di bullismo nei confronti del compagno di banco dotato di fervida fantasia: tutto ciò era generato dalla sola ricerca disperata di un incipit.

Se il mondo, con tutte i suoi innumerevoli paradigmi di sopravvivenza avrà, un giorno, una fine, be’, allora ci sarà stato pure un inizio. Ma per i romanzi? E -nel caso specifico dell’articolo che state leggendo- per le canzoni?

Ricordo il primo fascicolo di un corso di scrittura, pubblicato nella seconda metà dei Novanta , a cura della neonata Scuola Holden di Baricco: vi era tutta una teoria cervellotica sull’incipit perfetto del romanzo perfetto (praticamente quello che avrebbe consentito di vendere più copie, in fondo). Non acquistai il terzo fascicolo. Il secondo, uscito in abbinamento col primo, lo relegai sotto una pila di appunti. Compresi che dietro a un incipit c’è un misterioso meccanismo che nessun altro potrà mai svelarti, vista anche la maestosità del più famoso -e amato- dai lettori di tutto il mondo: quello di “Cent’anni di solitudine” del vecchio Gabo Marquez.

Nel panorama musicale italiano, nella vasta prateria del cantautorato, pochi sono, e sono stati, gli autori di incipitaccattivanti, stimolanti, accoglienti. Il più grande è stato certamente Lucio Dalla, il quale -come già scritto prima- ha annusato prima i testi dei suoi predecessori, poi li ha metabolizzati, creando infine un linguaggio tutto suo.

Per il cantautore bolognese, il testo di una canzone deve aprirsi come un sipario, con la stessa lentezza usata in teatro. L’incipit, per lui,  è l’imboccamento di un neonato che nulla sa prima del sapore del cibo che ingurgiterà.

Ascoltate “TANGO” (“Lucio Dalla”, 1979 RCA), per esempio: “Hai già preso il treno? Io alle dieci avevo lezioni di tango, quanta brillantina e coraggio mi mettevo, guarda oggi come piango”. Oppure: “Il regista aspettava la star al ristorante, sembrava un morto con in mano un bicchiere. Il ragazzo lavorava in un bar ed aspettava che il padrone se ne andasse , per potersi sedere” (“MERI LUIS”, da DALLA, 1980 RCA). Ma che razza di mondo è quello che vuole descriverci, che angolo di città vuole farci vedere, annusare, toccare? La sua Milano (“Milano vicino all’Europa, Milano che banche, che cambi, Milano a gambe aperte, Milano che ride e si diverte”) è quella stessa che noi abbiamo sempre immaginato, prima di andarci, quella “che quando piange, piange davvero”? Quando Dalla canta un incipit, crea aspettativa, lo fa apposta. Altre, rare volte disvela subito ogni cosa, ma lo fa col garbo del poeta contemporaneo, mai aulico e irraggiungibile.

Qualcuno dirà che per un musicista di estrazione jazz (quale era Lucio), l’inizio è tutto, visto che da lì – nella quasi totalità delle esecuzioni- si generano poi le improvvisazioni. Questo, in parte, è vero. I testi di Dalla, dopo avere vagato tra immagini mai sfocate e divagazioni mai inutili, bensì di conforto alla struttura di base del brano, tornano quasi sempre all’incipit, come in “Anna e Marco”, o  ne “La sera dei miracoli”.

I testi di Dalla raggiungono l’apice con le canzoni contenute nel Q-Disc del 1981. Chi non è nato nei “favolosi” anni Sessanta saprà a stento cos’era un Q-Disc, e allora spiego: era un comune vinile 33 giri che, invece di contenere le solite otto o dieci canzoni, ne conteneva invece quattro o cinque. Ovviamente costava meno di un LP, ma serviva di solito ad alcuni artisti per recuperare brani che non erano stati inseriti nei dischi precedenti, oppure perché avevano urgenza di far conoscere nuovi lavori al pubblico, senza attendere l’uscita del classico “album”. Quello di Lucio fu il primo, poi arrivarono gli altri di Ron, Graziani, Kuzminac, Ferradini, ma fu un esperimento presto abbandonato, per motivi ancora oggi poco chiari (forse economici).

Quattro pezzi: tre canzoni, uno strumentale (“You’ve got a friend” di Carole King con Lucio al clarinetto). Copertina bianca con la foto in b/n del cantautore e, all’interno, quella di una bici da corsa (chiaro riferimento al brano “Telefonami tra vent’anni”).

“Ciao a te, e a tuo figlio finocchio. Ciao a te, e alla tua puzza di piedi”, dico, quando mai avreste potuto ascoltare una roba del genere? È solo ascoltando queste parole che si capisce quanto siamo lontani dalla tradizione melodica italiana fatta di malinconia e amori finiti (a proposito di questi, consiglio quindi di ascoltare “MAMBO”: incipit non travolgente, ma tutto il resto è da incorniciare come un manifesto sul tema dell’abbandono sentimentale, “e c’è di più, non dormo da una settimana per quel cuore di puttana”). Con “Ciao a te” siamo all’incrocio tra il “minimalismo”, che nell’ottantuno era ancora in fasce, e la rottura di tutti gli schemi italici di “amore/cuore/fiore”.

“Con l’incipit di una canzone di Dalla di quegli anni straordinari ci puoi girare un film, solo con quello”, mi confessò una volta un amico regista bolognese.

Tra il Q-Disc e tutto il resto della produzione si noterà poi una differenza imbarazzante. Come se la vena di Dalla fosse stata causticata dai nuovi tempi. Certo, qualche incipit in “1983”, “Viaggi organizzati”, “Henna” oppure “Cambio” sarà abbastanza degno di nota, ma tutto il resto dell’impianto di ogni pezzo risulterà scontato e quindi  lo oscurerà. Anche l’attacco di “Caruso” -pur se da tanti considerata la sua migliore canzone- non è eccezionale, rivelandosi nei fatti uno scimmiottamento dell’epoca del “bel canto”.

Tre anni orsono, la sua etichetta ha pubblicato una raccolta con un inedito, “Starter”, il cui incipit “Mi affitterò una macchina per andare su e giù, e una colla che non si stacca mai, così quando ti siedi non ti alzi più” fa rimpiangere i versi “Quale allegria, se ti ho cercato per una vita senza trovarti, senza nemmeno avere la soddisfazione di averti per vederti andare via”. Perché poi, in fondo, cosa è un rimpianto, se non il più grande incipit di una vita intera?

Ah, dimenticavo, le conclusioni del tema d’Italiano altro non si rivelavano che pistolotti infiniti, nei quali i buoni propositi pensati da ognuno andavano a sbattere contro le banalità della vita quotidiana. Ecco perché io, a differenza di altri, preferivo gli incipit: consentivano di aprirmi ai sogni e di farli navigare con me, come in quella canzone di Dalla dove “le vele sulle case sono mille lenzuola” (“La sera dei miracoli”).

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