Cosimo Argentina

Cosimo Argentina vive in Lombardia da decenni, ma molte delle sue storie si svolgono nella Taranto in cui è cresciuto e che lo ha segnato nel profondo. Di questa Puglia ha nel suo intervento per “Raccontare la Puglia. Parola di scrittore”, il ciclo di seminari organizzato dall’Università degli Studi di Bari – Dipartimento di Lettere Lingue e Arti, curato dalla professoressa Maria Rosaria Carosella.

Nei tuoi romanzi la Puglia è più un tempo (ricordi) che un luogo. Eppure torni tutti gli anni in vacanza. Quella presente non ha storie da raccontare?

Immagino di sì. Ma questa realtà è a me sconosciuta. Venire venti giorni l’anno non significa niente. E magari passare da Taranto una mezza giornata. Però ho scritto anche storie tarantine di un non-tempo ovvero dove il tempo e la connotazione storica erano superflue. La fantasia va nutrita dalla realtà e non il contrario. Almeno per me.

Nella realtà, il silenzio, il non detto, il segreto hanno tutti significato e peso, ma la letteratura è fatta di parole. Come si esprime il silenzio nel fiume d’inchiostro? Tu come ti rapporti col “non detto”?

Il non detto è un patto coi lettori. Il lettore ha degli input e poi costruisce a sua volta il resto. Quanto al silenzio, se descrivi una donna anziana seduta sulla sponda di un letto in una stanza dove i mobili sono stati tutti pignorati ed ha tra le mani una scodella di brodo ormai freddo e la signora ha lo sguardo rivolto alla finestra che però ha la tapparella abbassata io ci vedo silenzio. Dipende da come descrivi.

Molti vanno via dalla Puglia per lavoro. La loro fuga è piena di rabbia come un lupo che si strappa la zampa pur di non rimanere nella trappola. Nei tuoi romanzi c’è rabbia e, spesso, ci sono anche i lupi. Anche la tua è stata una fuga? I tuoi romanzi sono dunque una specie di rivincita?

La mia è stata anche una fuga dettata da un amore controverso. Potevo starmene a casa dai miei tranquillamente. Però se mi poni la domanda partendo dai simboli sì, qualcosa deve pur essere successo nella mia testa se poi son venuti fuori lupi, carnivori, maschi adulti, sistemi fognari, vicoli. Ma un romanzo non è una rivincita, è un luogo della mente che diventa inchiostro e carta. Non è realtà e non è finzione. Non è altro che necessità di tenere a bada qualcosa di oscuro e minaccioso che ti segue fino in capo al mondo.

Alcuni cercano d’impastare italiano e dialetto alla ricerca di una lingua personale per la “propria” realtà. Tu, perchè usi il dialetto?

Uso il dialetto solo se strettamente necessario. Però non c’è dubbio che la sintassi di un uomo del Sud risente delle costruzioni linguistiche della terra che lo ha generato. Ultimamente c’è un recupero del dialetto. Negli anni Settanta se un ragazzo parlava in dialetto il padre gli dava uno schiaffo sulla bocca. Oggi non è più così e se lo si usa bene è una lingua che può dare forza a ciò che intendi dire. Altrimenti è tempo sprecato.

Il talentuoso Mino Palata in “Vicolo dell’acciaio” suggerisce ai lettori di far girare la voce sul suo “dono”. Oggi sono tanti i pennivendoli che fanno sentir la voce per vendere parole. Cosa suggeriresti di fare agli esordienti?

Iniziare a scrivere dopo aver immagazzinato un po’ di vita. La scrittura che si nutre solo di letteratura nasce un po’ morta. Sono con Henry Miller quando afferma che bisognerebbe iniziare a scrivere dopo i trenta. A meno che non sei Rimbaud. Ma quella è un’altra storia.

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